L'Asia, i fantasmi e noi.
Lezioni di orientalismo

Su «La Lettura-Corriere della Sera», Marco Del Corona parla di
Hong Kong e Macao. Città degli Estremi di Joseph Kessel

Descrizione dell'evento

Itinerari: L'avventuriero Lafcadio Hearn in Giappone, il poeta Jean Tardieu in Vietnam, lo scrittore Joseph Kessel a Hong Kong e Macao, l'americana Emma Larkin in cerca di ciò che resta di Orwell in Birmania: nelle loro opere – racconti e resoconti di viaggio – quattro approcci diversi all'«altro», quattro interpretazioni del corto circuito fra l'Europa e l'universo umano e culturale che mette a nudo contraddizioni e pregiudizi.


Di tante strade che portano in Asia, Lafcadio Hearn prese una delle più tortuose. Sradicato bambino dalla Grecia della madre analfabeta, precipitato nell'universo anglofono del padre (assente), scivolò in una deriva nomade negli Stati Uniti. Di caparbietà pari al talento per la scrittura, si inventò poi un destino nipponico che abbracciò fino all'annulla-mento di sé, di tutto ciò che era stato: divenne Koizumi Yakumo, facendosi – come annotò Hugo von Hofmannsthal nel 1904, quando Heam morì cinquantaquattrenne – «figlio adottivo» del Giappone, cioè «forse l'unico europeo che abbia davvero conosciuto e amato quella terra». Aveva sposato la figlia di un samurai e nei suoi racconti, come dimostra l'antologia Ombre giapponesi, maneggiava mimeticamente atmosfere e caratteri della tradizione, con un entusiastico trasporto per il fantastico. Giusto un assaggio: «Chiamarono un medico cinese. "Ma questo non ha sangue!" esclamò il dottore, dopo un accurato esame. "Non c'è altro che acqua nelle vene!... Che razza di stregoneria sarebbe?"».
<Iris, alla Buttelfly pucciniana. Dunque non uno sguardo «Colonialista», il suo. Non ritroviamo infatti in Ombre giapponesi la sovrapposizione di categorie occidentali a realtà esotiche captate in modo superficiale né l'ansia di ribadire una supposta superiorità su un Est colorato e colorito, schemi di un orientalismo la cui influenza si sente tuttora. E la cui traiettoria può essere esemplificata (sommariamente ma forse efficacemente) da altri volumi appena tradotti, geograficamente coerenti. Hanoi. Lettera a Roger Martin du Gard, ad esempio.
Redatta nel 1928 dal poeta Jean Tardieu (1903-1995) e indirizzata al suo mentore, anch'egli scrittore, la Lettera ricorre con grazia a tutto l'armamentario di un orientalismo, come dire?, primario. C'è – per cominciare – lo stupore, quasi il candore del giovane soldato inviato nell'Indocina francese in un contesto agiato (dorme nella residenza dei genitori, non in caserma): <>, arriva però la certezza che, di fronte a «Società asiatica» e «Società europea», un «osservatore imparziale deve sforzarsi di distinguere nettamente, dentro di sé, questi due mondi: la loro mescolanza non offre nulla al pensiero se non squilibrio, precarietà, cacofonia». No, «non vanno mescolati questi due mondi tanto diversi: rattristerebbe l'anima come ogni prodotto ibrido e mal bilanciato». Noi e loro, insomma: separati, ad altezze diverse.
Poco meno di trent'anni più tardi, il connazionale Joseph Kessel (1898-1979) si ritrova nello stesso quadrante di mondo. Visita la britannica Hong Kong e la portoghese Macao quando sono rimaste le due ultime schegge di Europa in Asia orientale (però Lisbona aveva allora anche Goa in India e Timor Est). Il suo doppio reportage, ora edito come Hong Kong e Macao. Città agli estremi, esce in patria nel 1957: nel '54 Parigi ha abbandonato l'Indocina e i minuti possedimenti indiani e, soprattutto, la Cina è da 8 anni la Repubblica Popolare. Il comunismo di Mao incombe sulle frontiere delle due piccole colonie e proprio il corto circuito tra l'impeto ideologico di Pechino e l'Europa asserragliata a Hong Kong e Macao abita le pagine di Kessel. Che parte con le migliori intenzioni, come per allontanarsi dai rischi di quel grado zero dell'orientalismo che invece animava Tardieu ad Hanoi: uomo d'avventura e di ottime letture, Kessel apre il volume con una disamina delle ragioni che hanno portato la Gran Bretagna a insediarsi sul delta del Fiume delle Perle, a poca distanza dalla più antica testa di ponte europea in Cina, appunto Macao.
Le guerre dell'oppio, che segnarono il punto più basso dell'umiliazione patita dalla Cina, sono perciò il bandolo di tutto. Delle frustrazioni cinesi e della grandeur britannica. Le pagine introduttive servono così all'autore per avvicinarsi alle ragioni altrui. Non siamo alla «conversione» di Hearn, ma Kessel prova a capire partendo, con umiltà, dalla storia. Più avanti la prosa si accende: Hong Kong «Sfavilla come un frutteto dai frutti di luce, come un fuoco d'artificio inspiegabilmente fisso nel cielo oscuro», la città «è uno dei mostri sacri dell'universo», addirittura («per il suo aspetto e i suoi costumi, conserva un'immagine del passato»: cioè «dal punto di vista cinese, è Pompei, ma nel pieno dell'esistenza».
Kessel, sia a Hong Kong sia a Macao, insegue vite multiple, doppi giochi esistenziali di donne bellissime e di delinquenti, decanta l'«uso prudente e giudizioso dell'oppio» e non gli sfuggono, sul ciglio dei confini con la Cina rossa, presenze istruttive: i soldati dell'Assam indiano nei Nuovi Territori hongkonghesi, i militari mozambicani e angolani di stanza a Macao. Degli («enormi negri», questi, che, quando hanno «voluto vedere ciò che accadeva» al di là della «Porta della Cina» («non si trattava di una metafora», era «una vera porta di pietra a forma di arco stretto»), «naturalmente non hanno fatto ritorno». È sul finale che l'orientalismo si prende Kessel. Lo fa grazie alla storia strappalacrime di un'entraîneuse che supera il dramma di un amore impossibile con un militare portoghese e, dopo un passaggio in un manicomio, diventa a Hong Kong padrona del proprio destino in modo spregiudicato. Una cinica, umanissima Butterfly al contrario.
Emma Larkin, nom de plume di un'americana cresciuta in Asia, esorcizza alla radice il rischio. Il suo, in Sulle tracce di George Orwell in Birmania, è un antiorientalismo. Ovvero impiega un modello – le opere dello scrittore inglese – per capire, e condividere, lo specifico del Paese: la Birmania, ora Myanmar, delle giunte militari (il libro uscì nel 2005) ma che prefigura il caotico presente, dove Aung San Suu Kyi, con la sua acquiescenza di fronte alle campagne contro le minoranze etniche, rohingya in primis, sta dilapidando il suo credito morale di Nobel per la pace.
A fronte degli abusi sistematici del regime e dell'apparato di controllo, rudimentale ma pervasivo, Larkin verifica la giustezza della battuta che circola nel Paese: Orwell sul Myanmar non ha scritto solo un romanzo, Giorni birmani, ma un'intera trilogia, con La fattoria degli animali e 1984. Se in Birmania «leggere fra le righe è diventata un'arte sopraffina» con «modi meravigliosamente creativi» per beffare i censori, anche Orwell, che fu segnato dal suoi anni trascorsi da funzionario di polizia coloniale, ci fa capire cos'accade adesso sotto la dittatura.
Lo scrittore riteneva che «Il razzismo fosse un ingrediente indispensabile per il dominio britannico» e ne era disgustato, e questo conforta l'autrice quando osserva la devozione per Orwell che, con cautela, i suoi interlocutori locali spesso mostrano. Orientalismo addio. Incontro dopo incontro, tappa dopo tappa, Larkin segue il romanziere nelle varie località dove visse, fino a Katha, dov'è ambientato Giorni birmani. Lì la giungla preme, poco sembra rimasto della comunità sperimentata e descritta dal giovane Orwell: ma tutto – e tutto il resto, in Birmania –parla di lui. E noi e loro diventiamo davvero una cosa sola.


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Volumi correlati
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Joseph Kessel
Città degli estremi
2018, pp. 186, 12,5x20,5 cm
ISBN: 9788869680489
€ 16,00