Interno coreano con sequestro

Su «Penne d'Oriente» un'interessante
recensione del giallo di Yi Ch'ongjun

Descrizione dell'evento

Un sogno distorto, uno scherzo della memoria o uno sfogo logorroico e visionario? Difficile classificare Interno coreano con sequestro. Si tratta di un romanzo giallo che vede protagonista la cantante Paek Namhui, solitaria ed introversa, che un giorno torna a casa e trova uno sconosciuto ad aspettarla. Da qui si snoda una vicenda a dir poco surreale, complicata. Il lettore non è solo uno spettatore esterno, Ch’ongjun pretende un impegno maggiore da parte sua e lo esige, trascinandolo in una matassa aggrovigliata di ricordi evanescenti, frasi sfocate, dubbi e tentennamenti.
La storia ci viene narrata proprio dalla protagonista, attraverso le sue riflessioni e tramite la testimonianza scritta che lei stessa deve presentare al Procuratore O., della polizia di Seul. Viviamo quindi un lungo flashback, ma la mente di Paek è intorbidita dalla strana vicenda vissuta con l’intruso e i ricordi escono con il contagocce, spesso malformati.
Già dalle prime pagine si respira l’ambientazione thriller, non passa molto che si inizia a percepire un fastidioso senso di claustrofobia. Tutto inizia con una busta. La cantante la trova appoggiata alla scarpiera dell’ingresso, le ci vogliono pochi istanti prima di rendersi conto che non è una lettera qualunque: chi l’ha posata lì si è introdotto in casa sua. La paura s’insinua in lei sin dalle frasi d’apertura.
Le auguro il benvenuto a casa sua. Se le parlo così è perché, da oggi, considero questa sua casa come il mio rifugio segreto. Lei vi sarà trattata come mia ospite ed esigo che adotti fin d’ora un comportamento adeguato.[…] L’unica cosa che deve sapere è che conosco tutto di lei e che non sono solo. Di conseguenza, poiché una forza superiore mi protegge, la minima disubbidienza, il minimo tentativo di tradimento sarebbero ripagati senza alcuna pietà con la giusta moneta.
Ch’ongjun ci fa comprendere con chiarezza che si tratta di uno psicopatico e la situazione volge quasi subito al peggio. Il rapporto tra il carceriere e la prigioniera si ammanta di sfumature sinistre, incomprensibili. I confini del loro rapporto sono nebulosi. Paek tenterà con ogni sforzo di spiegare la verità al Procuratore, ma sarà in parte inutile, neanche lei comprende a fondo gli avvenimenti a cui ha preso parte. Sembra quasi che esistano la realtà oggettiva, che lo stesso poliziotto ha appurato con i suoi occhi, e una sorta di suo negativo che dovrebbe essere uguale ma invece differisce in dettagli di non poca importanza. Coadiuvante e filo conduttore del racconto-testimonianza della ragazza è una delle sue canzoni, La canzone che non posso più cantare, con cui è solita concludere ogni spettacolo. Quella sera invece quella melodia sembra aprire qualcosa di inaspettato e di nuovo, qualcosa che accade non solo nel piano fisico della materialità (l’appartamento di Paek) ma anche nella sua coscienza.
Bisogna essere preparati per approcciare la scrittura di Ch’ongjun e i tanti argomenti affrontati sotto la superficie della trama principale. È uno scrittore che va avvicinato con calma, magari in un bel pomeriggio di ozio, con qualcosa di gradito da sorseggiare e tanta curiosità. Prima di conoscere questo autore avevo già avuto modo di leggere altri scrittori coreani, ma lui è sicuramente unico nel suo genere. La sua scrittura è davvero densa di emozioni, sensazioni, situazioni; i libri, seppur contenuti nel numero di pagine, si rivelano pieni di fatti e pensieri. Questa è la forza dei suoi scritti e il motivo che mi spinge a consigliarvelo, non vi capiterà facilmente di rileggere qualcosa di simile!


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Volumi correlati
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Yi Ch' ongjun
2013, pp. 174, 12.5x20.5cm
ISBN: 9788897332596
€ 10,00