Così l'Islam radicale ha tolto
ogni limite agli attentati suicidi

Su «La Verità» l'intervista a Meir Hatina
autore de Il martirio nell'Islam moderno

Descrizione dell'evento

Meir Hatina è professore di Studi islamici alla Hebrew University di Gerusalemme e da anni studia il fenomeno degli attacchi suicidi nell'ambito della jihad. In Italia da poco è uscito il suo saggio intitolato Il martirio nell'islam moderno, in cui lo studioso spiega le nuove dinamiche del terrorismo islamico e le logiche che muovono i «martiri» di oggi come i soldati del Califfato che compiono attacchi in Europa, mettendo in gioco la propria vita pur di colpire gli occidentali.

In che periodo l'lslam ha cominciato a legittimare gli attacchi suidici?

«Gli attacchi suicidi costituiscono un fenomeno relativamente nuovo, che è emerso solo dalla fine del Ventesimo secolo in poi. L'attacco suicida viene definito come un metodo operativo in cui il successo dell'attacco stesso dipende la morte del colpevole, e in cui si prendono per lo più di mira i civili. Questo intricato fenomeno ha acceso polemiche e dibattiti nei circoli islamici, a causa della violazione di due parametri principali della guerra islamica.»

Ovvero?

«Intanto, la prima missione del combattente dovrebbe essere quella di colpire e uccidere senza esporsi alla morte intenzionale. Inoltre l'attacco dovrebbe escludere i cittadini e i non combattenti. Tuttavia, l'uso di atti suicidi in conflitti nazionali come quelli in Libano, Palestina, Cecenia e Kashmir è stata sanzionata o legittimata in gran parte perché questi attacchi sono stati rappresentati come l'arma dei deboli nella lotta per la liberazione dal giogo degli stranieri. Il fatto di presentare questo tipo di attacchi in zone controverse come una jihad difensiva - il cui obiettivo era quello di riconsegnare la terra musulmana ai suoi legittimi proprietari - ha permesso una maggiore flessibilità nella· scelta diversi tipi di guerra.»

Che cosa è cambiato con l'avvento di organizzazioni come al·Qaeda e lo Stato islamico?

«L'avvento di al-Qaeda e dell'Isis ha mutato il jihad territoriale-nazionale in un jjhad globale che ha attraversato i confini geografici ed etnici e ha cancellato le distinzioni tra gli Stati Uniti, l'Occidente, e i loro alleati in Medio Oriente, Asia e Africa. La globalizzazione del jihad ha stimolato la creazione di una nuova identità collettiva, una ridefinizione delle norme morali e della pietà, e una legittimazione della violenza estrema, senza differenziazione tra i soldati nemici, prigionieri di guerra, e civili.»

Insomma, niente più confini fra Stati e nemmeno più distinzioni fra soldati e civili inermi: la cosiddetta guerra senza limiti...

«Il jihad globale, e soprattutto l'Isis, hanno modificato i limiti di legge classici che prevedevano di evitare l'uccisione indiscriminata. Hanno violato le regole di guerra e il dovere dei guerrieri musulmani di non abusare dei corpi dei combattenti uccisi o dei prigionieri, di non uccidere bambini, donne e anziani, e di non maltrattare i monaci. Questo tipo di jihad è stato accompagnato dal rafforzamento del fenomeno degli attacchi suicidi, con un gran numero di reclute che spesso hanno effettuato attacchi in contemporanea.»

Si parla spesso di "culto della morte" dello Stato lslamico.

«Mentre i sostenitori degli attacchi suicidi nell'ambito delle lotte etnico-nazionali teorizzavano una morte attentamente calcolata, definita da precise norme di legge e giustificata dalla campagna per liberare la nazione e la terra dagli occupanti infedeli, gli ideologi del jihad globale hanno introdotto un radicale e un po' robotico culto della morte contro i crociati occidentali. Non c'è da stupirsi che i jihadisti globali siano stati indicati come apostati.»

Non sono diversi soltanto i metodi. Sono diversi rispetto al passato anche gli assassini. Gli autori delle stragi di Berlino, Bruxelles e Parigi si sono radicalizzati in prigione o da soli attraverso i social network, di cui fanno largo uso...

«I social network sono una componente importante nel discorso del jihad globale. Cito soltanto Ayman al-Zawahiri, successore di Bin-Laden alla guida al-Qaeda, che ha definito la comunicazione moderna "un campo di battaglia per i cuori e le menti dei credenti, la cui importanza non è inferiore a quella della lotta armata. Infatti, i nuovi media offrono incentivi morali, psicologici e materiali per gli atti di martirio e la commemorazione dei loro autori tramite varie sedi di ricordo: testi scritti, riti e cerimonie e materiale audio-visivo. Internet, nello specifico, serve sia per glorificare gli atti di jihad e di martirio sia per reclutare e indottrinare. Per gli assassini di Parigi, Bruxelles e Berlino, il web è stato una piattaforma efficace per potenziare il loro individualismo e loro aspirazioni. Viene sfruttato per fornire una voce ai deboli e a coloro che sono senza voce. Per fornire un senso di potere a chi non ha potere. Un modo in cui si presentano visivamente questi assassini proietta un messaggio di forza, di determinazione e impegno per sradicare il male e l'ingiustizia.»

Si dice spesso che i jihadsti sono una ridotta minoranza nel mondo islamico. Tuttavia gli attacchi suicidi spesso ottengono un largo appoggio.

«La violenza estrema dei jihadisti non è condivisa da molti musulmani in tutto il mondo. Infatti, vengono contestati e rinnegati. C'è una polemica vigorosa contro gli atti di violenza compiuti in nome dell'lslam, soprattutto quando si stanno prendendo di mira civili innocenti, musulmani e non musulmani. Samuel Huntington ha parlato di "scontro di civiltà", e ha definito l'lslam come una religione della spada fin dai tempi del profeta Maometto, citando i "confini insanguinati" tra musulmani e non musulmani come prova storica. Tuttavia, il paradigma dello scontro di civiltà è abbracciato da pochi radicali musulmani, mentre c'è uno scontro continuo e intenso all'interno del mondo islamico sull'immagine dell'islam, sul potere e l'autorità religiosa.»

Ciò non toglie che la violenza continua. Come si può fermarla secondo lei?

«La violenza può essere controllata e anche ridotta al minimo, ma le idee e la visione che la nutrono molto probabilmente sopravviveranno e continueranno ad infiammare la fantasia dei giovani radicali. Ecco perché gli sforzi a livello sociale, educativo e culturale sono importanti come strumenti per combattere l'estremismo sia nei Paesi musulmani che in quelli non musulmani. Il fatto che un bel po' di giovani musulmani in Occidente si uniscano jihad globale dovrebbe incoraggiare e stimolare i governi occidentali ad investire più pensiero, sforzi e risorse onde eliminare le cause dell'estraniamento sociale, le frustrazioni condivise da quei giovani musulmani, che si sentono emarginati sia come individui che come gruppi.»

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Meir Hatina
Devozione, politica e potere
2016, pp. 400, 12,5x20,5
ISBN: 9788869680243
€ 20,00