22 | 05 | 2012
SOSTA EPICUREA CON RISCHIO Stampa E-mail

Mario Dondero, L’Indice dei libri del mese, n.12. Dicembre 2010

 

Leggendo questo libro di Emanuele Giordana si imparano molte cose. Le impara anche chi nell’inferno afgano ci è stato e ha avuto modo di provare le sensazioni sicuramente intense che si vivono da quelle parti. Sono pagine dense di dati, informazioni, analisi sui moltissimi aspetti, anche sorprendenti della guerra. Giordana, giornalista di lungo corso, grande esperto di cose asiatiche, fondatore di Lettera 22, collaboratore del Manifesto e di altri giornali, è una fra le voci più care al pubblico di Rai 3, ha scritto questo libro come un atto dovuto, per fornire elementi di comprensione su una realtà remota che ci coinvolge tutti e che è spesso scientemente censurata.

 

La sua riflessione comprende due parti: la prima si intitola “Noi e l’Afghanistan”, la seconda “L’Afghanistan e noi”. La prima è una sorta di certosina investigazione su di noi e cioè gli “invasori”, sia quelli in divisa che i civili. È “un ricco bestiario sulla linea del fronte”, che va dai membri di una miriade di Ong ai furbi faccendieri che ricavano profitti dai mille bisogni di eserciti e popolazione civile. Giordana sottolinea come beni di consumo per noi banali, quali la carta igienica e l’acqua minerale, procurino ai trafficanti colossali guadagni. L’autore descrive Kabul nel quotidiano, i luoghi misteriosi dove si incontrano personaggi enigmatici, frequenti in questa Casablanca asiatica, come sempre accade nelle retrovie delle guerre.

 

 

Alcune pagine formano un piccolo Baedeker a uso di turisti temerari, una mappa dei ritrovi frequentati nella capitale afgana dalla vasta gamma degli espatriati, termine con il quale si definiscono a Kabul gli stranieri venuti qui per via della guerra: gli inviati, i diplomatici, gli umanitari, i contractors ecc. Bar, ristoranti, luoghi di incontro dove il piacere di una sosta epicurea si mescola al rischio permanente. Con la finezza della sua ironia e la sua navigata esperienza, l’autore disegna una Kabul dello svago difficilmente immaginabile.

Il libro è una meditata testimonianza di una realtà dai cento risvolti (un’attenzione particolare è dedicata alla presenza italiana, anche per quel che riguarda i costi della nostra partecipazione militare e civile). I giudizi e le opinioni sono sempre suffragati da una diretta esperienza personale in un paese dove tutto può accadere, dall’evento più tragico alla situazione più surreale. La naturale vocazione umoristica di Giordana non si smentisce neppure quando racconta l’operazione chirurgica che è costretto a subire a Kabul, dove appare chiaramente che i ferri del chirurgo per un intervento non grave gli fanno più paura di tutte le bombe sempre pronte a scoppiare nella capitale afgana.

Sempre parlando di “noi”, cioè degli invasori, l’autore analizza il comportamento dei vari contingenti. Secondo lui, gli americani sono i più tesi e per questo anche i più pericolosi, i britannici i più coraggiosi. Trova gli italiani corretti e sembra provare la maggiore simpatia per gli albanesi, che “sembrano dei duri, con quelle teste rasate e i muscolacci prominenti, le sopracciglia spesso attaccate che danno loro un leggero cipiglio. Ma sono gente dal cuore d’oro. Incontrarli all’estero mi ha fatto capire quanto resto razzista nell’animo e vittima del tam-tam che nel mio paese per anni li ha dipinti come banditi. Ma ora la parte di cattivi tocca ai romeni e dunque gli albanesi possono tornare a essere umani. I turchi tengono un basso profilo e menano vanto di non aver mai ucciso un civile. Sono la coscienza critica e musulmana della NATO”.

È palese che la solidarietà dell’autore va principalmente alle vittime, cioè agli afgani, alle qualità umane di questo grande popolo immerso in un incubo da decenni. L’autore li conosce bene per i tanti viaggi che ha compiuto in Afghanistan, spesso con il fotografo Romano Martinis, uno spericolato viaggiatore anche lui (autore, fra l’altro, della bella foto di copertina).

La parte “Noi e l’Afghanistan” si conclude con un capitolo dedicato a Emergency, che mi ha fatto storcere il naso, come l’autore stesso prevede. Emergency, strumento umanitario esemplare, come io stesso ho avuto modo di constatare durante un prolungato soggiorno nei suoi ospedali afgani, è la più amata Ong, ma ha anche i suoi detrattori. Scritto nei giorni caldi del sequestro di Marco Baratti, Matteo dell’Aira e Matteo Pagani, arrestati nell’ospedale di Lashkargah, il capitolo risente del clima infuocato di quei giorni. Giordana trasmette alcune critiche raccolte su supposti lati oscuri dell’attività di Emergency. Testimone scomodo, trovandosi in prima linea, dei misfatti compiuti dai militari, questa Ong assolutamente cosmopolita dà fastidio a molta gente. Il suo personale, fedele al giuramento di Ippocrate, cura tutti, anche i Taliban, e questo non è ben visto in certi ambienti. Giordana esprime comunque la sua stima per Emergency, dicendo che se non ci fosse bisognerebbe inventarla.

Nella seconda parte del libro, Giordana analizza le prospettive del futuro e i possibili sviluppi positivi della situazione. Mentre il volume usciva nelle librerie, la decisione di Obama di avviare l’esodo programmato dall’Iraq , che sembra preannunciare un analogo ritiro in Afghanistan, non era stata ancora annunciata. Ma si poteva già intravedere, con il cambiamento della presidenza americana, un diverso modo di proseguire il conflitto. Il nuovo corso della strategia statunitense in Afghanistan sembra contenere, a parere dell’autore, una notevole attenuazione della linea dura che comporta l’uso sistematico del bombardamento aereo, che Giordana non dimentica mai di denunciare energicamente. L’autore crede di individuare in seno alla società civile numerose risorse costruttive, in special modo tra i giovani, e ritiene tuttavia che l’esodo delle forze di occupazione debba svolgersi gradatamente, in modo da dare tempo al rafforzarsi di una esile democrazia, per aprire un nuovo capitolo di storia afgana, senza più guerra.

 

Nella conclusione del libro troviamo ipotesi originali sulle misure da prendere per avviare la soluzione del conflitto. Sono opinioni personali, spesso controcorrente, sia rispetto alla condizione del nostro governo, sia nei confronti dei pacifisti. Il primo atto dovrebbe essere la cessazione immediata di tutti i bombardamenti aerei. Il secondo dovrebbe essere una tregua unilaterale, premessa a un negoziato con le forze insorgenti che, secondo l’autore, è già una realtà tra il governo afgano e i Taliban. Le truppe della coalizione non possono però, secondo lui, andarsene immediatamente, perché si riaprirebbero le lotte intestine che per decenni hanno insanguinato l’Afgnaistan.

Occorrerà una forza militare garante di una pacificazione. Questa forza di interposizione dovrà ovviamente essere avallata dall’Onu e composta da contingenti militari provenienti da paesi che non hanno partecipato al conflitto afgano. Una forza internazionale che goda della completa accettazione del popolo afgano e dei guerriglieri “in turbante” che ne sono una componente.

 

 

 

 
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Ultimo aggiornamento:
Venerdì 18 Maggio 2012, ore 15:22