| "S-21: la carneficina di Stato" di Daniele Scaglione |
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Sole 24 ore, 05.06.05 “Non voglio essere il resto di un massacro!” urla Nath al cineasta Rithy Panh. Nath è entrato all'S-21 il 7 gennaio 1978, esattamente un anno prima che il regime dei khmer rossi venisse sconfitto dai vietnamiti. Nella maggioranza dei casi i “nemici della rivoluzione venivano ammazzati per strada. Due milioni di persone bastonate a morte per aver rotto un cucchiaio, danneggiato un germoglio, scambiato effusioni. All'S-21, ricavato da un liceo nella capitale di Phnom Penh, finivano solo i prigionieri ritenuti, chissà perché importanti. Qui venivano torturati finché non confessavano quello che i loro carnefici volevano sentire. “Quando l'ho interrogata le ho dato tre possibilità: Cia; Kgb; nemico vietnamita. Ha scelto la Cia. Allora l'ho interrogata in questa direzione” ricorda il carceriere Prak Klim a proposito di una ragazza diciannovenne. Leggendo il verbale dell'interrogatorio un superiore decideva se le torture dovevano continuare o se le confessioni estorte erano sufficienti e il prigioniero poteva essere “distrutto”. L’S-21 serviva per inventare un pericolo fatto di complotti e spie, contro cui la rivoluzione doveva difendersi con ogni mezzo. Vi sono passate almeno 14mila persone e ne sono sopravvissute solo sette, tra cui Nath. Sulla sua scheda era scritto “tenere per utilizzare”. Pittore, fu impiegato per realizzare quadri giganteschi di Lenin, Stalin, Marx, Engels, nonché naturalmente del “fratello numero uno”, quel Pol Pot che in seguito affermò sfacciatamente di non aver mai saputo dell’esistenza di un centro di tortura e sterminio. Rithy Panh, che nel genocidio cambogiano ha perso quasi tutta la famiglia, negli anni Novanta è entrato nell'S-21 insieme a Nath e a un altro sopravvissuto, Chuum Mey, addetto alla tessitura arrestato con l'accusa di sprecare troppa stoffa. Con loro c'erano anche cinque carnefici, pezzi più o meno grossi nella macchina di morte dei khmer rossi. Nath spiega ai suoi aguzzini di un tempo che non sono lì per vendetta. “Vogliamo cercare di capire questa storia per creare uno scudo e impedire che si ripeta ancora.” “La cosa importante è voltare pagina”, aggiunge Panh. “Prima, però, bisogna fare un lavoro, bisogna imparare. Come per un libro, bisogna aver scritto, letto, prima di voltare pagina.” Daniele Scaglione Rithy Panh, Christine Chaumeau, “S-21 la macchina di morte dei Khmer rossi”, O barra O edizioni, Milano 2005, pagg.188, 16,00 Euro |





