30 | 07 | 2010
L’EQUILIBRIO DEL DRAGONE Stampa E-mail

Lara Ricci, Sole 24 Ore, Domenica 8 novembre

“La nostra responsabilità è restare differenti”. Kunzang Choden ha solo 56 anni ma una storia d’altri tempi. A nove anni partì a piedi, accompagnata dal fratello appena più grande, attraverso un regno dove non c'erano strade, né luce, né scuole o ospedali. La schiavitù era appena stata abolita. Dopo dodici giorni di cammino lungo valli terrazzate di piccoli campi di riso, sormontate da foreste e cime intoccabili, arrivò a una calda frontiera dove incontrò uomini dalla pelle di un colore mai visto, con occhi enormi e strani nasi lunghi e dritti. Tutto faceva paura. Cerano “case giganti su due ruote”: davano il vomito se ci si saliva. I due bambini non avevano idea di cosa fosse un’auto, non capivano quel che dicevano i nuovi individui, né riuscivano a ingurgitare la brodaglia giallastra di cui si nutrivano.

“Fu un’esperienza drammatica, se ci penso oggi mi chiedo come abbiamo potuto sopravvivere” dice la donna, che poi ha girato il mondo, lavorato per l'Onu e deciso di raccontare le storie della sua gente, divenendo il primo autore tradotto all'estero (ora anche in italiano). Fino a quarant’anni fa, infatti, non esisteva neppure un linguaggio scritto. Quando nacque Kunzang Choden l'unica letteratura era quella religiosa, patrimonio di soli maschi e redatta in un idioma straniero che nessuno parlava. Oggi, delle quattro lingue locali, solo una ha una grafia. La lunga traversata
che aveva intrapreso stava portando la piccola Kunzang a scuola, così come accadde a molti bambini della sua generazione. Il re aveva deciso di modernizzare un paese che una teocrazia secolare, la povertà e il profondo isolamento tra alte montagne avevano mantenuto nel medioevo. Aveva ottenuto dalle nazioni amiche diverse borse di studio: c'era bisogno che i piccoli contadini tornassero ingegneri, medici, veterinari, agronomi e insegnanti. Il regno di cui stiamo parlando molti non saprebbero localizzarlo su una mappa. Passa dai 100 ai 7.300 metri sul livello del mare. Le sue vette sono ancora inesplorate, perché sacre ai suoi abitanti. E’ alla latitudine del Marocco ma pare la Svizzera: verde e con la medesima estensione, anche se le stime contano soli 700mila abitanti. In 50 anni si è trasformato, da una società di tipo feudale, senza strade né comunicazioni, a una nazione in via di sviluppo all’avanguardia, sotto certi aspetti, persino rispetto a quelle più avanzate: un terzo del territorio è parco naturale, si fa la raccolta differenziata, sono aboliti (almeno per legge) i sacchetti di plastica e il fumo è stato qui vietato per la prima volta al mondo.
Stiamo descrivendo il Bhutan, o Drukpa, paese del drago. Uno stato himalayano schiacciato tra la Cinae I’India che ha costruito la sua identità nel perenne confronto con il Tibet. Nacque nel 1616, dopo che la scuola buddista si divise sostenendo due diverse reincarnazioni di un grande religioso. Una delle due, Shabdrung Ngawang Namgyal, si rifugiò qui e unificò il territorio costruendo una ventina di spettacolari fortezze, dette “dzong”, dove tuttora ha sede il potere religioso, amministrativo e politico. Nonostante ai primi del Novecento la teocrazia abbia lasciato il posto a una monarchia, il buddismo è molto radicato nella politica e nella società. Volente o nolente molte famiglie spediscono ancora un bambino al monastero. Oggi il Bhutan vive di turismo, esportazioni di energia idroelettrica e agricoltura. La sua voce controcorrente si sentì quando nei primi anni Ottanta sviluppò l'idea di Felicità nazionale lorda. Rifiutandosi di giudicare il benessere del suo popolo in termini di mera ricchezza, il re cercò un equilibrio tra sviluppo materiale e morale. Lo fondò su quattro pilastri: crescita economica solidale e sostenibile, conservazione dell’ambiente, protezione e promozione della cultura, buon governo.
Una dinastia di regnanti, quella butanese, da fare invidia a capi di governo democraticamente eletti: dagli anni Cinquanta le tre generazioni di sovrani hanno distribuito le terre ai poveri, istituito scuole e ospedali gratuiti, difeso l’ambiente, scritto la costituzione, istituito il parlamento e, l’anno scorso, proclamato la repubblica costituzionale, a quanto pare contro il volere del popolo. Questo preferiva fosse il re a prendersi cura della gente e temeva le divisioni che la politica porta con sé. Sul tetto del mondo, nonostante i tumultuosi cambiamenti, la tradizione è conservata con caparbia, persino per legge. Gli abitanti del Bhutan portano l’abito ufficiale: una veste lunga per le donne e a mezza gamba
per gli uomini, che coprono le gambe nude con lunghi calzini. Vi accoglieranno in case in terra battuta – l’architettura tipica è obbligatoria – spesso decorate con enormi e benauguranti falli agghindati da motivetti floreali. Impossibile non notarli. Servono ad allontanare gli spiriti nefasti. Secondo l’etnologa
Froncois Pommaret, quest’usanza sconosciuta agli altri paesi himalayani va fatta risalire all’eroe culturale del paese, il santo pazzo Drupa Kunley (1455,1529). Un lama ribelle che percorse il Tibet insegnando il buddismo in modo poco ortodosso: concedendosi numerose amanti, intonando canti religiosi arricchiti da contenuti sessuali e soggiogando i demoni locali con il suo “Dorie”, eufemismo onorifico per fallo. Una rappresentazione lignea del Dorie battezza tuttoggi pellegrini e turisti che si recano al tempio Chimi Lhakhang, sulla cima di un’incantevole collina non lontano da Punaka. In Bhutan la nozione di verginità è assente, come l’aborto. I bambini senza padre sono ben accolti dalla Comunità e il matrimonio è poco diffuso (esiste formalmente dal 1997). La poligamia e la poliandria è permessa, ma solo se le spose o gli sposi sono della stessa famiglia (l'ex re, con le sue tre mogli sorelle, dà ancora l’esempio).
E in alcune regioni, i mariti si possono tenere in prova per due anni.
Anche qui, però la popolazione ha paura della trasformazione. “Stiamo urbanizzandoci troppo velocemente spiega Choden che ha raccontato l’epopea del Bhutan che cambia nel romanzo Il viaggio di Tsomo. La storia inizia con un’anziana nomade che vive in una baracca al limitare di una grande città. Uno dei tanti vecchi, sradicati dalla vita del villaggio, che s’incontrano intenti nelle circumambulazioni attorno ai monumenti sacri. “Siamo alla ricerca di un difficile equilibrio tra tradizione e modernità.  Un piccolo stato come il nostro, pressato tra due giganti come Cina e India, viene assorbito se non mantiene la sua diversità, la sua identità, sostiene l’autrice, che ha trascritto le leggende locali. Con l’arrivo, dieci anni fa, di internet e tv, rischiano di perdersi. “Al buio ci raccontavano avventure degli dei del cielo o degli spiriti del mondo sotterraneo (il buddismo non ha spazzato via le credenze popolari, ndr), ma anche storie di ingiustizie e di riscatto, vicende che trasmettevano i valori e sviluppavano l’intelligenza”. I cruenti film bollywoodiani che qui spopolano, secondo i giornali, sarebbero la causa di un rapido aumento di casi di violenza e degrado. “Al mio villaggio molte persone hanno preferito la tv al frigo” dice Choden, che però aggiunge: “Non si può controllare l’arrivo della televisione o di internet, bisogna imparare a controllare noi stessi”. Rinnovarsi senza omologarsi: come gli arceri butanesi che hanno abbandonato il legno per il carbonio ma, anche alle olimpiadi, non li potreste confondere con nessun altro, col loro gonnellino, i calzettoni, le tradizionali urla e piroette propiziatorie.

 

 
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Ultimo aggiornamento:
Venerdì 28 Maggio 2010, ore 20:26