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04 | 02 | 2012
Intrecci birmani tra sentimenti e lotta anticoloniale Stampa E-mail

Claudio Canal, il manifesto

 

Anche solo a pronunciarli, i nomi di alcune scrittrici birmane contemporanee ci impongono di emettere suoni assai diversi da quelli cui siamo abituati: Ludu Daw Amar, Nu Nu Yi Inwa, Khin Khin Htoo ... Esercizi di articolazione che suonano come un invito alla prudenza di fronte a una letteratura che ci è ignota nonostante la sua storia secolare. Una occasione viene ora fornita dalla prima traduzione italiana (in realtà dal francese) di uno dei testi più importanti della letteratura moderna birmana: Mone Ywa Mahu - E non per odio - reso con La sposa birmana.

L’autrice, Journal-Gyaw Ma Ma Lay, nata nel ‘17, è morta nel 1982, dopo una intensissima vita letteraria, giornalistica ed editoriale. (E quel Journal-Gyaw , “Giornale Celebre”, che precede il suo nome, ci ricorda come in Birmania i nomi delle persone siano creazioni ex novo e non riproduzione di linee parentali). Cominciata nel '36 con un articolo intitolato Diventare donne consapevoli la sua attività giornalistica non avrà sosta, nonostante le vessazioni subite dal potere politico, sia nella versione democratica sia in quella dittatoriale, con l’accusa di essere comunista e amica di comunisti, come Thein Pe Mynt, leader politico e scrittore. Negli anni '60 dopo una malattia e approfonditi studi Ma Ma Lay aprirà una clinica di medicina tradizionale birmana.

Scritto nei primi anni '50 e ambientato tra il '39 e il '42, La sposa birmana è la storia del matrimonio di una ragazza con un uomo assimilato alla cultura coloniale inglese. Una lettura piana degli ambienti e dei caratteri rimanda all’allegoria nazionale: la ragazza, pur innamorata dell’uomo, viene ingabbiata dalle imposizioni “modernizzanti” del marito che vuole farla uscire dal mondo tradizionale e secondo lui arretrato in cui lei vive insieme al padre ammalato. Wai Wai-Mazzolino di fiori, la ragazza, andrebbe così interpretata come figura della Birmania che subisce il fascino del dominio coloniale, ma non ne sopporta le imposizioni, mentre U Saw Han, il marito, rappresenterebbe il colonialismo ammaliato dai suoi soggetti che tuttavia controlla e inflessibilmente comanda.

Posta cosi l’allegoria, il romanzo suona come già letto, incardinato in un modulo post-coloniale senza vie d'uscita. Ma diversi segnali suggeriscono come questa lettura sia insufficiente, troppo legata al nostro modo di rappresentarci le scritture che non aderiscono strettamente al canone occidentale. Il più inequivocabile degli indizi si rintraccia in una figura di sfondo, la madre di Wai Wai, che, allevati i figli, abbandona marito e famiglia per rispondere all’impulso spirituale che la porta a diventare monaca buddista. La sua dedizione al percorso di santificazione prevale sugli obblighi familiari e nel romanzo la sua figura si impone come fonte di consolazione e guida, più del fratello di Wai Wai, impegnato nella battaglia anticoloniale.

Per questo è forse opportuno invertire i piani: leggere l’analogia nazionale come metafora di un dramma individuale che vede in scena una donna e un uomo, il loro conflitto e le loro dinamiche, nelle quali U Saw Han, prima che icona coloniale, è un maschio che non sa riconoscere l’alterità costituita dalla giovane donna che ha sposato: “Lui aveva in testa una cosa sola: vivere per quella donna che adorava, facendo sì che non le mancasse nulla. Sgravandola di incarichi troppo onerosi per la sua età l’aveva resa libera”. La resistenza di Wai Wai diventa così soprattutto resistenza con- tro la politica sessuale di dominazione tramite l’amore che il marito mette in atto.

 
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Ultimo aggiornamento:
Venerdì 03 Febbraio 2012, ore 15:33