| DA INTERNAZIONALE, articolo di Erwan Desplanques, Télérama |
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Vent’anni dopo la sua morte, Jean Genet non è sempre un amico con cui è facile fare i conti. Genet amava i funamboli, e scrivere su di lui è un’acrobazia. Si avanza claudicando tra disagio e ammirazione, lacerati tra la potenza poetica dei suoi scritti e la violenza politica del suo discorso. E si oscilla dal versante del giudice a quello dell'avvocato. Dominique Eddé possiede questa abilità. Ha letto il Genet genio e frequentato il Genet canaglia. I suoi ricordi sono un amo per issare il lettore sul piano dell'analisi. Per metterlo a sedere nel cuore di questa "morale dell'amoralismo" che l'autrice disseziona con finezza. Riabilitando Genet con lirismo, agisce a immagine del grande scrittore che ha sempre respinto l'istituzione nel nome degli esclusi e che voleva fare la guerra alla Francia facendo l'amore con la sua lingua. |




