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Marco Dotti e il suo ultimo libro al circolò Colori & Sapori «II calcolo dei dadi», essenza dell'homo ludens
Un libro di filologia surrealista, come lo ha definito Guido Vitiello sulle pagine del Foglio, o una coraggiosa analisi del capitalismo finanziario, come lascia intuire Marco Bascetta sulle pagine del Manifesto. Per scoprirlo, al pari di un lancio di dadi, non resta che andare ad assistere all'incontro di oggi (ore 18) al circolo Colori & Sapori di via Risorgimento con il quale si chiude il corso di antropologia culturale che tanto successo ha riscosso nelle ultime se,ttimane. L'incontro è aperto al pubblico e ospite sarà Marco Dotti, bresciano di 41 anni, docente di Professioni dell'editoria all'università di Pavia, giornalista e autore di diversi saggi, tra cui l'ultimo «II calcolo dei dadi», uscito per i tipi di O Barra O. Un viaggio nel tempo, un percorso tra sacro e profano che dalla vicenda dei soldati che si giocano ai dadi la tunica di Cristo giunge alla rOlllette russa passando per Baudelaire, Duchamp, Altman e mostra come «l'essenza dell'homo ludens risieda nell'abbandono di ogni calcolo interessato e nella totale messa in gioco di se stesso». Dopo averlo letto, guarderete con altri occhi le piroette dei titoli di Borsa o gli stralunati che dilapidano fortune alle slot machines.
di Thomas Bendinelli. |
«Il calcolo dei dadi» di Marco Dotti per O barra O edizioni. Un pamphlet su come conciliare l'inconciliabile. L'azzardo, in gioco con le regole.
Il campo dell'azzardo, della scommessa, del caso, invocato o aggirato, pregato o maledetto, rivela una estensione prodigiosa attraversata da furiosi paradossi. Incerti ne sono i contorni così come le pieghe dell'esistenza che possano ritenersene, almeno parzialmente, al riparo. Nemmeno il più granitico dei razionalisti, o il più minuzioso e prudente dei ricercatori possono esimersi dal percorrere queste terre del rischio e dell'imprevisto.
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Leggi tutto... [il manifesto]
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cina.net
Un viaggio nei "luoghi comuni" della società cinese, attraverso le mille sfaccettature del mondo degli internauti che oggi in Cina sono mezzo miliardo di persone. Si tratta di meno della metà della popolazione, ma abbastanza per rendere arduo il lavoro di controllo e censura del regime, soprattutto in quegli spazi come i blog, più slegati dall'informazione ufficiale. L'A. raccoglie e aggiorna i post apparsi dal 2009 sul suo blog, attento ai temi del lavoro, dei diritti, della partecipazione politica, di una società che tenta lentamente di emanciparsi dal potere politico pervasivo. Mostra l'esistenza di una società civile in crescita che interviene dal basso sui problemi del presente, con la protesta e la partecipazione. Ma le forme dell'oppressione restano ancora potenti. |
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Il gioco indiscreto di Xuan
Le opere del giornalista e scrittore Vu Trong Phung (1912-1939) hanno una grande importanza per la letteratura vietnamita. I suoi libri non sono solo una testimonianza della vita e della società del Vietnam degli Anni Trenta, ma hanno anche segnato l'ingresso dell'individuo con le proprie debolezze e passioni nella letteratura del Paese del Sud-Est asiatico. Proprio questo suo insistere sulla dimensione individuale gli ha causato l'ostracismo del Partito comunista, che ha vietato la pubblicazione delle sue opere fino al 1986. Pienamente riabilitato in patria, oggi i suoi romanzi sono stati tradotti anche in italiano. Il gioco indiscreto di Xuan è il suo libro più noto. In esso racconta le vicende del semianalfabeta Xuan e della sua folgorante scalata sociale nel Vietnam ai tempi del Protettorato francese. Una critica feroce e sarcastica del colonialismo e degli stessi vietnamiti che si atteggiavano a europei. |
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Corea del Nord, il diario di viaggio nell’ “impero del mai”
Dalla notte dei tempi la Corea è rimasta silenziosa, a parte, in un modo tale che il suo isolamento rimane un mistero’ scriveva Percival Lowell astronomo americano che visse in Corea negli anni ’80 dell’Ottocento. Anche oggi, nonostante le ultime folli vicende che vedono protagonista il giovane Kim Jong-un, stanco di giocare ai video-game e desideroso di vedere esplodere i missili veri, la penisola coreana rimane, apparentemente, un enigma.
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Leggi tutto... [Il Fatto]
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Indiscrezioni sul Libro del Futuro
Non sarà il Gesamtkunstwerk di Wagner, e non sarà neppure il Livre di Mallarmé. La notizia è ancora confidenziale, ma si può star certi, la via all’“opera d’arte dell’avvenire”, o meglio al libro futuro, l’ha indicata trent’anni fa J. Rodolfo Wilcock. Non ne fece proclami. La consegnò, quasi sbadatamente, al risvolto di copertina dei Due allegri indiani, nell’attesa di un pubblico non ancora nato: “L’opera che qui proponiamo è tutta tesa verso il lettore futuro; non per nulla essa si ispira, sia nel metodo che nella mancanza di metodo, all’esempio cinese di quelle vaste raccolte classiche di fatti curiosi, massime morali, casi storici reali o fantastici e illustrazioni della natura arditamente mescolati e non senza grazia presentati alla rinfusa”.
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Leggi tutto... [Il Foglio]
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R. van Gulik Il diplomatico olandese che trasformò in crime-story (ispettore Dee) la Cina Tang
di Stefano Gallerani
Poliedrica personalità di studioso e diplomatico, Robert van Gulik è considerato l'autentico ispiratore di buona parte del poliziesco orientale del Novecento. Nalo in Olanda nel 1910 ma trasferitosi quasi subito in Asia, al seguito della famiglia, dai tre al dodici anni visse a Jakarta, dove, tra l'altro prese confidenza con le lingue locali, per le quali mostrava d'essere particolarmente versato. La sua conoscenza del mandarino lo portò di conseguenza a intraprendere, poco più che ventenne, la carrierier di funzionario degli Affari Esteri, con incarichi in Cina, Malesia, Giappone e una breve parentesi, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, negli Stati Uniti. Tornato a Tokyo nel 1949, si mise al lavoro sulla traduzione di un classico della letteratura popolare cinese, il Dee Gong An, dal quale trasse l’idea di un ciclo di romanzi che avesse come protagonista il giudice Dee, personaggio ispirato a un magistrato realmente esistito nel periodo della dinastia Tang. Nelle intenzioni originarie di van Gulik v’era, innanzitutto, lo scopo di dimostrare come la Storia e i suoi documenti potessero fornire materiali e ispirazione in gran quantità per una nuova narrativa gialla. Pubblicate dapprima in Cina e Giappone, le avventure del giudice Dee furono presto licenziate da van Gulik direttamente in inglese, forti del consenso che andavano guadagnandosi anche oltre gli angusti confini del genere; a tutto loro merito, il fatto che attraverso una capillare ricerca storica esse non solo avvincevano con gli ingredienti tipici della crime-story, ma divulgavano presso il grande pubblico una cultura allora in buona parte sconosciuta: seguendo un rigoroso criterio di intreccio, in virtù del quale in ogni libro il giudice Dee segue e risolve almeno tre casi (essendo costume, per i magistrati dell’epoca, occuparsi di più affari contemporaneamente), van Gulik inframmezza la narrazione di doviziosi particolari sugli usi della Giustizia e sui costumi locali nella Cina del settimo secolo dopo Cristo; a corredo, numerose tavole di pugno dello stesso scrittore forniscono la quinta ideale delle storie raccontate. In Italia, i suoi libri sono stati pubblicati da Mondadori, poi da Garzanti e, in quetsi ultimi anni, riproposti dalle edizioni O barra O, le quali hano appena dato alle stampe il secondo pannello di un polittico che ne vanta almeno sedici: I delitti della campana cinese (traduzione di Mariapaola Ricci Dèttore, con 14 disegni e un postscriptum dell’autore, pp. 266, € 12,00). Come d’abitudine, il giudice Dee sbroglia anche qui più di una matassa, sovrapponendo l’efferato omicidio della giovane figlia di un macellaio ai loschi affari di un tempio buddista. Al di là dell’esattezza della ricostruzione storica, quel che ancora oggi intriga nella scrittura di van Gulik è la scioltezza del narrare, che procede spedito per brevi capitoli cui non di rado è affidato il compito di tirare le fila delle indagini svolte da Dee per bocca dei personaggi che hanno, dal punto di vista narratologico, proprio la funzione di testimoniare, al lettore, ciò che non accade direttamente sulla pagina; inoltre, non è difficile scorgere, nel romanzo, la ferma critica dello scrittore olandese alle derive spirituali dell’Oriente, cui egli oppone – per il tramite del pensiero logico della legge – la saggezza e il razionalismo dell’insegnamento confuciano. Da questo punto di vista, calati nel seno della tradizione giallistica, i metodi investigativi di Dee si ascrivono non tanto al principio abduttivo di un Conan Doyle quanto, piuttosto, all’induzione psicologica di Dickson Carr: ordinando innanzi a sé prove e deposizioni (come farebbe appunto Gideon Fell), il protagonista dei Delitti della campana cinese amministra il distretto di Poo Yang con un occhio rivolto all’anima dei suoi abitanti e l’altro ai quattro grandi ideogrammi imperiali che campeggiano dietro il banco dell’aula in cui tiene udienza e ambiguamente sentenziano che «la giustizia trascende la vita umana». |
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Franco La Cecla, 'Indian Kiss': in India, sul set della vita Perché a Nuova Delhi il bacio viene considerato osceno, perfino più del sesso esplicito? Il progetto di un documentario sull'ambiguità dell'erotismo nel mondo indiano è il pretesto di un viaggio nelle emozioni di questo grande paese di Matteo Nucci
L'incontro con Nandana Sen, star di Bollywood e figlia del Nobel per l'economia Amartya, "accende" un ambizioso progetto che Franco La Cecla, antropologo architetto e instancabile viaggiatore, coltiva da un po': Indian Kiss, documentario sul tema del bacio "omesso" nel cinema di Bollywood, specchio dell'ancestrale riserbo dell'intimità indiana. Un eccesso di pudore che, spudoratamente, contraddice il registro provocante e allusivo su cui si basa la maggioranza delle pellicole. In India, coacervo di opposti, i baci "rappresentano la vera pornografia, più degli amplessi o delle scene di nudità". La Cecla atterra a Mumbai e compila un diario di impressioni e progetti, incontri e stati d'animo, descrizioni e passioni e verità intraviste. Con una ristretta cerchia comunica via mail le sensazioni più immediate, ricevendone in cambio il calore di cui è capace questa "contemporaneità defisicizzata" - magnifica sintesi del nostro tempo iperconnesso.
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Leggi tutto... [Panorama.it]
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Il profeta London: «La Cina? Una bomba che ci invaderà» Lo scrittore predisse il futuro boom asiatico e ne scrisse un racconto di fantascienza,a ispirarlo, Lla sua esperienza di inviato di guerra.
di Matteo Nucci
Fu nel 1976 che il conflitto tra il mondo e la Cina giunse al culmine, Quando Jack London batte a macchina l'incipit di L'inaudita invasione,mancano esattamente sessantasei anni all'appuntamento, Lo scrittore ha bisogno di lanciarsi in un esperimento di fantageopolitica e sceglie un argomento che ai suoi tempi è scottante, il «pericolo giallo» è talmente sentito che il Congresso degli Stati Uniti ha da poco reso permanente la validità del «Chinese Exclusion Act», una legge del 1882 con cui ai cinesi veniva drasticamente limitato l'accesso nel Paese.
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Leggi tutto... [il Venerdì - Repubblica]
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Inchiostro di Cina di Marco del Corona
La fantageopolitica di Jack London
Forse era sinofobia, forse no. La Cina futuribile immaginata da Jack London nel 1910 era una superpotenza demografica che intimidiva il mondo. Un gigante che spinse le nazioni a coalizzarsi, ad assediarla e infine ad annientarla per via batteriologica. Quando? «Nel 1976», si legge. «Guerra alla Cina. L'inaudita invasione» (ripubblicato da O barra O, nel 2010 uscì per Robin) è fantageopolitica. Molto fanta. O forse no. |
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È un vero peccato che la letteratura popolare sia scarsamente frequentata dalla critica letteraria, che spesso si limita a criticarne la serialità ed i cliché trascurando gli elementi di interesse; la sua larga diffusione invece consente di aprire scorci sull'immaginario ed i gusti della platea dei lettori che intendeva avvincere ed emozionare. Raramente inserito nelle antologie o ricordato nei manuali di letteratura giapponese, Okamoto (1872-1939) è stato un personaggio rappresentativo del suo tempo: fu educato presso l'ambiente britannico di Tokyo e divenne giornalista lavorando sia come corrispondente di guerra (durante la Guerra sino-giapponese, 1894-5) sia, soprattutto, in qualità di redattore e critico teatrale. Era affascinato dalla vita nel periodo Edo (1603-1868), che conobbe unicamente tramite libri e stampe, e la scelse come ambientazione per numerosi drammi Shin Kabuki e per i suoi racconti. I più celebri hanno per protagonista il detective Hanshichi e sono ben 69, pubblicati fra il 1917 ed il 1937; in questi due volumi O barra O ne propone una selezione, nel solco di quella recentemente realizzata da Ian MacDonald. I racconti sono inseriti in una doppia cornice narrativa: Hanshichi, ormai in pensione, racconta i casi più insoliti che gli siano capitati all'autore ancora ragazzo, il quale li ri-narra ai lettori a distanza di anni: questo scartamento temporale molteplice consente a Okamoto di trasportare i lettori nel tardo periodo Edo attraverso una fuga prospettica, e di passare da un piano temporale all'altro giocando con un velo di nostalgia o, più spesso, con il distacco smaliziato dell'ironia. Agli occhi di Hanshichi narratore infatti la facilità con la quale le persone coinvolte nei casi fanno ricorso al soprannaturale sconfina nella credulità; il detective al contrario cerca prove concrete, moventi umani, ricostruisce dinamiche che nulla hanno di fantastico. Okamoto ripropone lo schema del giallo deduttivo classico giunto in Giappone nei primi anni del Novecento: delitto – indagine – soluzione (una struttura che ricostruisce tramite la deduzione logica l' ordine messo in crisi dal crimine) trasponendolo nella realtà della vecchia capitale, alla quale dedica molte intense immagini. Come nei romanzi di Maigret, è l'ambiente ancor più della storia ad irretire il lettore. La vecchia Edo di Okamoto è una città di legno e carta, nei cui vicoli si consumano passioni e tragedie della gente comune come della nobiltà; con brevi tratti di pennello, fra un sopralluogo ed un interrogatorio, trapelano la luce particolare di un tramonto, lo sgomento per una fioritura di ciliegi già trascorsa, il colore del cielo intravisto fra le gronde delle case. La luce soffusa e gentile in cui è avvolta, nonostante i drammi che vi hanno luogo, lascia il dubbio che si tratti di un rifugio dell'immaginazione dal disagio della modernità in cui autore e lettori era immersi – una modernità alla quale però non avrebbero realisticamente rinunciato. Le postfazioni di Pietro Ferrari in coda ai due volumi approfondiscono il ricorso ad immagini evocative che caratterizza la prosa di Okamoto e le ricche interazioni fra le cornici temporali; l'introduzione di Jan MacDonald, nel primo volume, fornisce interessanti coordinate per inquadrare autore ed opera entro il contesto storico e letterario del tempo.
di Giuliana Lusso, dicembre 2012
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È un vero peccato che la letteratura popolare sia scarsamente frequentata dalla critica letteraria, che spesso si limita a criticarne la serialità ed i cliché trascurando gli elementi di interesse; la sua larga diffusione invece consente di aprire scorci sull'immaginario ed i gusti della platea dei lettori che intendeva avvincere ed emozionare. Raramente inserito nelle antologie o ricordato nei manuali di letteratura giapponese, Okamoto (1872-1939) è stato un personaggio rappresentativo del suo tempo: fu educato presso l'ambiente britannico di Tokyo e divenne giornalista lavorando sia come corrispondente di guerra (durante la Guerra sino-giapponese, 1894-5) sia, soprattutto, in qualità di redattore e critico teatrale. Era affascinato dalla vita nel periodo Edo (1603-1868), che conobbe unicamente tramite libri e stampe, e la scelse come ambientazione per numerosi drammi Shin Kabuki e per i suoi racconti. I più celebri hanno per protagonista il detective Hanshichi e sono ben 69, pubblicati fra il 1917 ed il 1937; in questi due volumi O barra O ne propone una selezione, nel solco di quella recentemente realizzata da Ian MacDonald. I racconti sono inseriti in una doppia cornice narrativa: Hanshichi, ormai in pensione, racconta i casi più insoliti che gli siano capitati all'autore ancora ragazzo, il quale li ri-narra ai lettori a distanza di anni: questo scartamento temporale molteplice consente a Okamoto di trasportare i lettori nel tardo periodo Edo attraverso una fuga prospettica, e di passare da un piano temporale all'altro giocando con un velo di nostalgia o, più spesso, con il distacco smaliziato dell'ironia. Agli occhi di Hanshichi narratore infatti la facilità con la quale le persone coinvolte nei casi fanno ricorso al soprannaturale sconfina nella credulità; il detective al contrario cerca prove concrete, moventi umani, ricostruisce dinamiche che nulla hanno di fantastico. Okamoto ripropone lo schema del giallo deduttivo classico giunto in Giappone nei primi anni del Novecento: delitto – indagine – soluzione (una struttura che ricostruisce tramite la deduzione logica l' ordine messo in crisi dal crimine) trasponendolo nella realtà della vecchia capitale, alla quale dedica molte intense immagini. Come nei romanzi di Maigret, è l'ambiente ancor più della storia ad irretire il lettore. La vecchia Edo di Okamoto è una città di legno e carta, nei cui vicoli si consumano passioni e tragedie della gente comune come della nobiltà; con brevi tratti di pennello, fra un sopralluogo ed un interrogatorio, trapelano la luce particolare di un tramonto, lo sgomento per una fioritura di ciliegi già trascorsa, il colore del cielo intravisto fra le gronde delle case. La luce soffusa e gentile in cui è avvolta, nonostante i drammi che vi hanno luogo, lascia il dubbio che si tratti di un rifugio dell'immaginazione dal disagio della modernità in cui autore e lettori era immersi – una modernità alla quale però non avrebbero realisticamente rinunciato. Le postfazioni di Pietro Ferrari in coda ai due volumi approfondiscono il ricorso ad immagini evocative che caratterizza la prosa di Okamoto e le ricche interazioni fra le cornici temporali; l'introduzione di Jan MacDonald, nel primo volume, fornisce interessanti coordinate per inquadrare autore ed opera entro il contesto storico e letterario del tempo.
di Giuliana Lusso, dicembre 2012
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di Amirilli Novel
Nord della Cina. Tang Zhaoyang e Song Jinming stanno cercando la prossima vittima, “il bersaglio”, come lo chiamano loro. Non è la prima volta che mettono in atto il piano: hanno guadagnato già un bel mucchio di soldi, ma non abbastanza da assicurarsi un futuro tranquillo. Girano per le strade, danno un'occhiata di qua e di là, e dopo qualche tempo lo avvistano: oggi hanno trovato un contadino dagli abiti sfatti e il viso lercio, che passeggia da solo.
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Leggi tutto... [Mangialibri]
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“Nel novembre 1969 la famiglia Tao fu esiliata, e Tao condusse tutti quanti al villaggio di Sanyu. Prima della partenza aveva tracciato un cerchio su una carta con una matita rossa. Il luogo compreso nel cerchio era un lago dalla forma irregolare. “Questo è il lago Hongze, il terzo lago di acqua dolce per estensione della Cina. È lì che stiamo andando” disse Tao.”
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Leggi tutto... [La Biblioteca dell'Estremo Oriente]
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I gesti bianchi di Federer
di Massimo Grilli
Sarà per il suo tennis così pulito, classico, "inattuale" come lo definisce l'autore di questo bel libretto, sarà per la sua capacità di restare con grazia e leggerezza al vertice di questo sport così logorante (per informazioni, chiedere a Nadal) e troppo ricco di tennisti nei quali prevale il muscolo più che il genio, ma Roger Federer continua ad attirare stuole di appassionati e/o scrittori, magari prestati al tennis da altre discipline.
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Leggi tutto... [Il Corriere dello Sport Stadio]
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di Paolo Melissi Viaggiatore instancabile – oltre che capitano della Marina - attratto dal miraggio esotico, Pierre Loti raggiunse anche l’Indocina e visitò il magnifico tempio di Angkor-Vat e le vestigia della cultura Khmer. Il 7 novembre sarà in libreria, pubblicato da O barra O, casa editrice specializzata in letteratura dell’Estremo Oriente, Un pellegrino ad Angkor, testo ancora inedito in Italia e, anche, prima testimonianza letteraria per l’Occidente dell’immenso complesso templare. La pagina che proponiamo, benché legata alla visione “esotica” del mondo orientale, risponde a una e più forte sollecitazione del meraviglioso e della fascinazione quasi magnetica che promana da quelle pietre sommerse dalla vegetazione. |
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La Cina, solo 46 anni fa di Elena Dallorso
Neppure mezzo secolo è trascorso dalle vicende narrate in Mettere radici di Han Dong (O barra O edizioni): la Rivoluzione Culturale, le Guardie Rosse, le “rieducazioni” rurali della Cina di Mao, eppure è come se fossero trascorsi secoli, per noi e per gli stessi cinesi, ormai conquistati dalle logiche capitaliste che nel 1966 erano state tanto aspramente combattute.
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Leggi tutto... [Librinviaggio - Vanity Fair]
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di Marilia Piccone
Ma c’è ugualmente qualcosa che mi lascia ancora perplesso. Non esiste un solo quaderno con una qualunque traccia dei suoi sentimenti personali: insomma non c’è alcuna espressione di un’emozione o di una riflessione condotta con calma. Non un accenno alla sfera soggettiva, non una traccia della famiglia a Sanyu. In effetti i suoi quaderni non mi sono stati di alcun aiuto nella stesura di questo libro. In ciò c’è un vantaggio. Se Tao avesse riempito i suoi quaderni di informazioni su di sé e la sua famiglia, allora il mio romanzo sarebbe stato superfluo.
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Leggi tutto... [Wuz]
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Dove ci portano i silenzi di Federer? di Alessandro Mastroluca
TENNIS - André Scala, filosofo francese studioso di Spinoza, rilegge il tennis. Ne "I silenzi di Federer" (O barra O edizioni) il racconto dell'opposizione tra purezza del gesto e spettacolarizzazione tv. Per un filosofo, il fascino dello sport sta nel rapporto unico che riesce a creare tra il corpo e lo spirito. Non fa eccezione “I silenzi di Federer” di Andrè Scala (ObarraO edizioni), studioso di Berkeley e Spinoza, co-sceneggiatore de Gli ultimi giorni di Kant. “Lo sport costituisce oggigiorno un modello dominante della costruzione del sé” scrive.
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Leggi tutto... [Ubitennis]
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di Roberto Matteucci “Ero un figlio della giungla e sono cresciuto nella giungla, fino all’età adulta.” (Pag. 76) Nel 2011 la Thailandia fu colpita da monsoni terrificanti: la pioggia scese per giorni e giorni, tutto il nord fu inondato, nelle pianure si formarono dei torrenti d’acqua, le piene arrivarono al mare e raggiunsero Bangkok, tanto che la città rischiava di essere sommersa. Il governo decise l’assurdo: costruire delle barriere per salvare il centro della città. La fiumana saltò il centro, ma invase tutta la periferia abitata da milioni di persone. Le strade erano dei torrenti, la gente si muoveva in barca lunghe le strade. Salvo piccole lamentele, la popolazione accettò la maledizione pur di salvare i quartieri buoni della capitale. Andiamo indietro nel tempo.
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