04 | 02 | 2012
Recensioni

In questa sezione sono raccolte le recensioni riguardanti nostri libri comparse su supporti cartacei e su altri siti internet.

Per suggerimenti su altre recensioni o per segnalare qualche incorrettezza siete pregati di contattare la redazione.



Biblioteca giapponese Stampa E-mail

Le giapponesi allo specchio

17 gennaio 2012

Donne che lavorano, che viaggiano, che abbandonano tutto per amore di un uomo o di un figlio; donne che passano ore a farsi belle, che cantano scatenate al karaoke, che fanno shopping; donne che vestono in kimono, che seguono l’ultima moda, che hanno un cancro ma non smettono di sorridere…

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Il Giornale Stampa E-mail

Più Holmes per tutti Cinico, geloso, gay e giapponese
Si moltiplicano le fantasiose riletture del detective più famoso del mondo e tutte lasciano nell’ombra la tradizione

di Daniele Abbiati - 12 dicembre 2011, 08:00

In fondo, il detective non è che un «tecnico». Come l’idraulico, l’elettricista e il ministro, lo chiamano quando c’è qualcosa che non funziona. Ma lui, per quanto s’impegni, non può, diversamente da tutti gli altri tecnici (quasi tutti, in verità...) tornare ab ovo: si limita a spiegare chi, come, dove, quando e perché ha fatto la frittata. Gli si richiedono freddezza, raziocinio e un pizzico di fantasia.

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Mondo Editoriale Stampa E-mail

Elizabeth Grosz, Caos territorio e arte
30 luglio 2011

Elizabeth Grosz ricerca in questo saggio le “origini” dell’arte. Non le origini storiche o materiali, ma le condizioni in cui nasce l’arte, ciò che la rende possibile a partire da quel turbinante e imprevedibile movimento di forze originarie che chiamiamo caos. Le più importanti realizzazioni culturali, secondo l’autrice, sono il risultato di forze eccedenti e non funzionali di attrazione sessuale legate alla selezione naturale.

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Elle.it Stampa E-mail

Tokyo sisters: una fotografia delle donne giapponesi in cambiamento
a cura di Maria Tatsos, 29 novembre 2011

Dalla tradizionalista in kimono alla fashionista super griffata o alla ragazzina dai capelli blu che sembra uscita da un manga. Le donne di Tokyo, con i loro look e le loro scelte di vita, rappresentano la punta di diamante del Giappone che cambia. Sono più aperte e curiose dei maschi, il loro sguardo sul mondo è decisamente più originale e innovativo. Anche se la crisi economica e il disastro del terremoto hanno leggermente rallentato i ritmi della vita a Tokyo, la metropoli giapponese rimane un punto di riferimento per comprendere tendenze, mode, cambiamenti sociali.

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Internazionale Stampa E-mail

I libri della settimana
16 dicembre 2011

Julie Rovéro-Carrez e Raphaëlle Choël, Tokyo sisters. Reportage dall’universo femminile giapponese ObarraO, 196 pagine, 15 euro Raphaëlle Choël e Julie Rovéro-Carrez hanno intervistato centinaia di donne giapponesi tra i quindici e i sessant’anni di età, di ogni estrazione sociale e professionale. “Per me, essere una vera donna è avere una borsa di Vuitton”, dice Maya senza batter ciglio: civetta, fan sfegatata del lusso alla francese, ossessionata dall’apparenza, la donna giapponese che lavora spenderebbe circa il dieci per cento del suo salario solo per il prêt-à-porter iperchic e per il sogno di un matrimonio perfetto.

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Sololibri.net Stampa E-mail

Tokyo Sisters. Reportage dell'universo femminile giapponese
a cura di Tessa Bernardi

O barra O edizioni ha pubblicato a fine 2011 “Tokyo Sisters. Reportage dall’universo femminile giapponese” di Julie Rovéro-Carrez, Raphaëlle Choël, un libro che contiene domande e risposte e tanti paradossi. Come vive la donna giapponese di oggi? Cosa sogna? A cosa è legata? Questo reportage dal mondo femminile edochiano è veramente kawaii (carino), da assaporare immaginando i gusti orientali di una tradizione antichissima e la modernità che corre rapida tra i manga, raduni di cosplay, ciliegi in fiore e grattacieli iperaffollati dove si va a caccia dell’ultimo costosissimo trend.

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LETTURE PILOTATE Stampa E-mail
Recensioni La nuova via della seta

LETTURE PILOTATE

a cura di Alessandro Giulio Midlarz, east, ottobre 2011

Per Halford John Mackinder; il fondatore della geopolitica, il termine heartland indicava il centro nevralgico, il cuore e il cerve llo di un sistema di dati. Alla sua epoca, oltre cent'annifa, l'heartland era rappresentata dall'Europa centrorientale, in particolare dalla Russia, con la sua nascente concentrazione di industrie, materie prime, popolazione e territori sostanzialmente piatti, attraverso i quali era possibile spostare rapidamente prodotti e sold ati.

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RECENSIONE DI EDOARDA MASI Stampa E-mail

In onda il 12 maggio 2011 su Radio Popolare:

"Negli ultimi tempi la Cina è divenuta argomento corrente di attenzione e di conversazione, senza una minima base di conoscenza reale in chi ne tratta. La preminenza della cronaca e la deriva individualistica fanno sì che la Cina e la sua civiltà si presentino come un tutto ora attraente, ora esotico, ora ostile, ma sempre impreciso e confuso. Frammenti di vecchie nozioni si mescolano senza una direzione determinata. Confucio – che anche il pubblico meno colto conosce come esponente della saggezza cinese – appare ora come un vecchio sapiente, ora come fondatore di una religione, ora come un protorazionalista, ora come il portatore di una visione del mondo “orientale”. Dietro a tutto ciò c’è il vuoto. Bene fa, quindi, l’Istituto Confucio dell’Università degli Studi di Milano a iniziare la pubblicazione di volumetti seriamente “divulgativi” sulla civiltà cinese. Il primo non poteva non essere dedicato appunto a Confucio. Si tratta di una raccolta di testi, a cura di Silvia Pozzi,  di autori cinesi e non, antichi e moderni, con diverso fine e orientamento, che vanno dalla esposizione alla critica, dal consenso all’ironia. Gli argomenti sono vari, da La musica e Confucio di E. Sabattini a Confucio nella Cina moderna di Lu Xun.

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Fallire e rinascere, di Franco Capacchione Stampa E-mail

Rolling Stone Magazine, luglio 2011

 

Sarà perché si piglia chi si somiglia, sarà perché i marziani sembrano prediligere i cieli dell'America puritana, sarà per qualche altra ragione inconoscibile, ma una cosa è certa.

Nessuno ha mai detto: «Sono stato rapito dagli alieni e ho fatto il miglior sesso della mia vita». Ricalcando il copione minimale di un filmino sadomaso, gli alieni sequestratori individuano la loro vittima, il più delle volte una donna. Strappata alla confortevole disperazione di una vita casalinga, la sventurata combatte e si dimena invano.

Viene dunque trasportata a bordo di un oscuro laboratorio volante per essere sottoposta a esperimenti indicibili al termine dei quali, se si sarà rivelata all'altezza, è condotta alla presenza del gran capo degli alieni per un colloquio privato.

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Recensione di Ivan Franceschini Stampa E-mail

L’Unità.it, blog 'Appunti cinesi', 11.5.2011

 

Negli ultimi giorni ha fatto parecchio discutere la vicenda della rimozione della statua di Confucio dal piazzale antistante la facciata nord del Museo nazionale, a pochi passi da Tiananmen. Inaugurata con gran fanfara lo scorso gennaio – un gesto che il mondo intero ha interpretato come un segnale che la leadership cinese era pronta a distaccarsi definitivamente dal “Maoismo” per riabbracciare le radici tradizionali della Cina “Confuciana” – la statua è stata inaspettatamente rimossa il 21 aprile, prima che sorgesse il sole.

Ciò ha scatenato una nuova ondata di speculazioni sull’andamento del dibattito ideologico ai vertici del Partito, così come sulle lotte intestine tra le correnti riformista e conservatrice in vista del ricambio della leadership previsto per il 2012. Che qualcuno “in alto” si sia offeso per la presenza di una statua del saggio a così poca distanza dal ritratto e dal mausoleo del grande timoniere? Che la scomparsa rappresenti l’ennesima conferma di un rafforzamento delle correnti “Maoiste” all’interno del Partito? Simili dietrologie sono indubbiamente giustificate, se pensiamo che ad oggi non sono molte le vicende che ci permettono di gettare uno sguardo dietro le mura di Zhongnanhai e che in un passato non troppo lontano gesti del genere inevitabilmente anticipavano il lancio di imponenti campagne politiche.

Ma qual è il significato di Confucio e del cosiddetto “Confucianesimo” nella Cina di oggi? Per una curiosa coincidenza, lo stesso giorno in cui la statua scompariva, l’editore ObarraO faceva uscire nelle librerie un volume intitolato Confucio, re senza corona, curato da Silvia Pozzi. Si tratta di una pubblicazione che raccoglie cinque contributi originali scritti per l’occasione da specialisti italiani, accompagnandoli ad alcuni materiali di riferimento tradotti direttamente dal cinese. Ciò permette al lettore di inquadrare Confucio non solo nella sua dimensione storica, ma anche e soprattutto in relazione alla contemporaneità. Come Silvia Pozzi scrive nel suo saggio introduttivo – significativamente intitolato “Ad ogni epoca il suo Confucio” – gli interrogativi a cui è necessario rispondere sono molteplici: “Possiamo ben dire che Confucio, questo re senza corona (suwang ??), sia più che presente nell’immaginario cinese, ma chi è Confucio oggi: un vuoto contenitore, un utile veicolo di messaggi rassicuranti o un oggetto di distrazione? Quanti “Confucio” sono esistiti, quanti ne esistono e ne esisteranno?”

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Da Internazionale, recensione di Kankana Basu - The Hindu Stampa E-mail

Internazionale, 25 febbraio 2011

Il tema della morte e quello del cibo s’intrecciano costantemente in questa raccolta di nove racconti che oscillano tra il macabro e l’esilarante, toccando spesso punte commoventi. Le donne che Sharma dipinge da una prospettiva interamente femminile sono snelle, alla moda, forti, prosperose, pure, maligne, coraggiose e divertenti. Gli uomini al contrario sono deboli, precocemente senili, impotenti, maschilisti e ottusi (con rare eccezioni). Un gruppo di donne si riunisce per preparare il banchetto di un funerale e questa diventa la cornice alla Mille e una notte di una serata di racconti. Ogni donna ricorda un incidente della propria vita. Scopriamo così della corsa in risciò attraverso prati fioriti, per incontrare l’uomo dei sogni, che finisce in disastro; o della moglie frustrata che scavalca il muretto del terrazzo per passare la notte con il virile e attraente vicino. Le donne del libro sono tutt’altro che perfette, ma si guadagnano la simpatia incondizionata del lettore: quando la timida Nanny non ne può più e decide di uccidere il marito ingozzandolo di cibo, non si può non parteggiare per lei.

Un filo rosso ricorrente in questo intreccio di storie è quello dei genitori rimasti soli a casa che cercano disperatamente di allacciare un contatto con una generazione di figli emigrati all’estero. Commoventi i tentativi di Jamini di riconquistare il figlio – tornato dagli Stati Uniti con la fissazione per le calorie e l’igiene – cucinandogli solo cibo di prima qualità. Le delicate descrizioni delle visite annuali dei figli della diaspora, che tornano alle case d’infanzia con occhi nuovi, senza poter fare a meno di notare la miseria, suonano tremendamente reali. Sharma traccia il quadro desolato di una frattura abissale, fisica ed emotiva, che separa due generazioni e che è destinata a raggiungere un punto di non ritorno. Questa esile raccolta di storie è come un kit professionale per preparare il masala, con ogni ingrediente e ogni spezia nel suo scomparto. È un libro da gustare a piccoli morsi, per assaporare meglio le sfumature e gli aromi. Ogni storia ha il suo sapore unico che contribuisce a quello del piatto forte: e il piatto forte – c’è bisogno di dirlo? – è una festa dei sensi.–

 
Recensione di Maria Tatsos Stampa E-mail

Elle, marzo 2011

Già attraverso il titolo, “Garam masala”, la scrittrice indiana Bulbul Sharma ci prende per mano e ci porta in cucina. Dove aleggia un profumo di spezie: garam masala è infatti una miscela di cannella, cumino, cardamomo, coriandolo, curcuma, chiodi di garofano e pepe. E conferisce ai cibi indiani un gusto pungente e speciale.

Garam masala, pubblicato da Obarrao, è un collage di racconti, scritti in tono brillante e divertente. Le storie hanno un punto di partenza comune. Un gruppo di donne, tra di loro imparentate, si ritrova per una cerimonia funebre in memoria di Bhanurai Jog.

In India è consuetudine ricordare il defunto cucinando i suoi piatti preferiti. Le 8 donne si riuniscono in cucina e mentre affettano le verdure raccontano ciascuna una storia.

C’è tutta l’India, con i suoi contrasti tra passato e presente e le sue infinite contraddizioni, nelle storie narrate. Una giovane nuora troppo disinvolta sedata da un santone con i semi di papavero, un vedovo che insegue le tracce della moglie, una madre che rimpinza di cibo il figlio emigrato negli Usa al suo ritorno in India, un marito vecchio tradito dalla giovane moglie con il vicino di casa…

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Recensione sul trimestrale di Amnesty International Stampa E-mail

 

Gennaio 2011

 

Il punto interrogativo non c’è nel titolo di questo affascinante libro di Etienne Jaudel, ma avrebbe potuto esserci. È infatti in chiave giustamente problematica che, attraverso un’analisi delle Commissioni verità e riconciliazione, l’autore affronta una delle questioni più delicate dei nostri tempi: la questione della giustizia – della giustizia preferibile o anche semplicemente della giustizia possibile – a fronte di violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani. E si chiede: ci sono situazioni in cui è accettabile e utile (o addirittura inevitabile) rinunciare a comminare una sanzione penale? A quali condizioni si può compiere tale sacrificio e quali vantaggi ne derivano? È questa la via giusta per fare i conti col passato? E può chiamarsi ancora giustizia, una giustizia senza punizione? Più che trovare risposte univoche a queste domande, risposte che forse non esistono, il lettore è portato a riflettere, aiutato dalla ricchezza degli spunti e dall’argomentare serrato di Jaudel. Si consiglia vivamente.

 

 
canto libero Stampa E-mail

Maria Tatsos, Elle, Gennaio 2011

Giornalista e scrittrice agli inizi del XX secolo, Ma Ma Lay è la voce scomoda di una Birmania dove le donne hanno visi soavi e volontà di ferro. Nei suoi romanzi, amatissimi, svela il volto crudele del colonialismo.

Non è un caso che Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace 1991 e leader dell’opposizione al regime militare da poco liberata, sia una figlia della Birmania. In un’Asia dove la cultura confuciana ha sempre confinato le donne ai margini della vita pubblica, il Myanmar – così si chiama la Birmania dal 1989 – rappresenta una luminosa eccezione. Una terra di donne che, dietro una soave bellezza e una serenità buddista, spesso nascondono una volontà di ferro. A causa della marginalità e dell’isolamento del Paese, non è facile conoscerle. Journal-Gyaw Ma Ma Lay, come Suu Kyi, è stata un’intellettuale impegnata. A 28 anni dalla sua morte, in Myanmar i suoi libri sono ancora bestseller, in particolare La sposa birmana (edita da O barra O) che è la prima e unica opera di un autore birmano mai pubblicata in italiano.

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SOSTA EPICUREA CON RISCHIO Stampa E-mail

Mario Dondero, L’Indice dei libri del mese, n.12. Dicembre 2010

 

Leggendo questo libro di Emanuele Giordana si imparano molte cose. Le impara anche chi nell’inferno afgano ci è stato e ha avuto modo di provare le sensazioni sicuramente intense che si vivono da quelle parti. Sono pagine dense di dati, informazioni, analisi sui moltissimi aspetti, anche sorprendenti della guerra. Giordana, giornalista di lungo corso, grande esperto di cose asiatiche, fondatore di Lettera 22, collaboratore del Manifesto e di altri giornali, è una fra le voci più care al pubblico di Rai 3, ha scritto questo libro come un atto dovuto, per fornire elementi di comprensione su una realtà remota che ci coinvolge tutti e che è spesso scientemente censurata.

 

La sua riflessione comprende due parti: la prima si intitola “Noi e l’Afghanistan”, la seconda “L’Afghanistan e noi”. La prima è una sorta di certosina investigazione su di noi e cioè gli “invasori”, sia quelli in divisa che i civili. È “un ricco bestiario sulla linea del fronte”, che va dai membri di una miriade di Ong ai furbi faccendieri che ricavano profitti dai mille bisogni di eserciti e popolazione civile. Giordana sottolinea come beni di consumo per noi banali, quali la carta igienica e l’acqua minerale, procurino ai trafficanti colossali guadagni. L’autore descrive Kabul nel quotidiano, i luoghi misteriosi dove si incontrano personaggi enigmatici, frequenti in questa Casablanca asiatica, come sempre accade nelle retrovie delle guerre.

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Così amletici (e così potenti), di Marco Belpoliti Stampa E-mail

I vocabolari attribuiscono al verbo "esitare" il significato di "essere incerto, perplesso, dubbioso, mentre l'etimo della parola viene dal latino, dal verbo che indica "restare attaccato". L'esitazione è dunque una soglia su cui ci si trattiene. Un filosofo tedesco, Joseph Vogl, in un libro molto acuto, Sull'esitare, sostiene che si tratta di un vero e proprio spazio del pensiero; di più: l'esitare è l'ombra che accompagna ogni decisione. A sua volta "decidere" contiene il gesto drastico del "tagliare via". L'uomo della decisione è Alessandro. Di fronte al nodo di Gordio, viluppo indistricabile, il cui scioglimento, avevano preconizzato gli indovini, decretava la conquista del mondo allora conosciuto, il re e condottiero prende la spada e lo recide di netto.

Oggi noi viviamo in un'epoca in cui la decisione sembra dominare sovrana: l'uomo che decide pare possedere maggiori possibilità di farcela. E tuttavia l'ombra della decisione s'allarga sempre più : l'esitazione è anche uno dei dati caratteristici della nostra età, immersa sempre più in un'atmosfera amletica: essere o non essere? Non è così un caso che decisione ed esitazione si bilancino in una sorta di condizione schizofrenica, di incertezza dell'Io.

Vogl, uno dei più interessanti filosofi tedeschi della generazione di mezzo, ci induce a riconsiderare nel suo saggio l'intera questione. Ci presenta l'irrisolutezza, l'inerzia, la mancanza di volontà, o la mera indolenza, come un'affezione, uno stato d'animo; meglio, uno stato di equilibrio in cui si liberano, e al medesimo tempo si arginano, affetti opposti. Se tradizionalmente nel pensiero occidentale l'esitazione è stata sempre confinata nella indeterminatezza, oppure degradata a lunatica frustrazione del fare stesso, bisogna invece riconoscere in essa un gesto attivo del chiedere in cui l'opera, l'azione, la decisione sono colti non già come compimento, bensì come nascere e divenire.

Qualche decennio fa un altro filosofo tedesco, Hans Blumemberg, uno dei maggiori pensatori contemporanei, aveva proposto qualcosa di analogo, definendo questo stato, in cui la decisione non è ancora presa e il pensiro sosta su se stesso, "pensosità", mettendo così in luce la funzione fondamentale della domanda, dell'interrogazione. Vogl spinge più in là la questione. Rifacendosi al teatro greco, e soffermandosi su Coefore, la tragedia di Eschilo, fa notare come la stessa scena drammatica di questa forma di rappresentazione si costituisce come un intervallo estorto agli dei, un'"azione sospesa a scopo dimostrativo".

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Una e mille Bovary. La cultura della merce, la merce della cultura, di Vanni Codeluppi Stampa E-mail

il Manifesto, 28 settembre 2010

 

Il concetto di cultura è talmente ampio che persino darne una definizione accettabile rappresenta, e non da oggi, un compito estremamente arduo. Si spiega così perché i cambiamenti culturali vengano individuati con grande difficoltà da parte degli individui. Eppure negli ultimi anni la cultura, soprattutto in Occidente, si è trasformata tanto radicalmente, come testimoniano alcuni libri recenti, che vale la pena di compiere uno sforzo per metterla sotto osservazione.

Se la cultura ha modificato in profondità la sua natura è perché – sostengono Gilles Lipovetsky e Jean Serroy nel volume La cultura-mondo. Risposta a una società disorientata (Edizioni Obarra, pp. 206, euro 22) – non può più essere considerata un semplice insieme organizzato di forme espressive, norme e valori. Si può invece affermare che, a seguito di un processo di intenso sviluppo, si sia fatta mondo, il mondo concreto e fisicamente sperimentabile del tecnocapitalismo, del consumo, della moda, dei media e dell’industria culturale. Un mondo globale, dominato dai capitali delle multinazionali, ma anche in grado di funzionare secondo la logica della Rete e dello spettacolo mediatico. Un mondo comunque che non è più secondario e periferico, ma ha conquistato un ruolo primario nell’immaginario collettivo e individuale ed è in grado di trasformare la vita quotidiana delle persone così come ambiti primari della società, dalla politica al commercio.

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recensione di marc lambron su internazionale Stampa E-mail

Le Point

Nella primavera del 1974 una delegazione di intellettuali francesi parte per la Cina. Comprende alcuni membri della rivista Tel Quel, allora in pieno morbillo maoista, e il suo professor Roland Barthes. Durante questo periplo l'eminente semiologo tenne un diario di viaggio, fino a oggi inedito.

Cos'ha visto in Cina questo intellettuale circospetto, attento alle minuzie dei segni e al piacere del testo?

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La guerra infinita raccontata da un cronista vero Stampa E-mail

Enzo Mangini, Carta,

Non sono molti i giornalisti, italiani o stranieri, che scrivono un libro per lasciare al lettore più dubbi che certezze. Eppure è questa la sensazione che si fa strada man mano che scorrono  le pagine di "Diario da Kabul. Appunti da una città sulla linea del fronte", di Emanuele Giordana.

Diario, innanzi tutto. Giordana, cronista di grande tatto, rifugge per indole dalle generalizzazioni e dalle formule preconfezionate. Il diario, scritto in soggettiva stretta, senza nascondere la parzialità dell'inquadratura, l'arbitrarietà nella scelta dei temi, i propri gusti personali, consente di procedere per accumulo. Una nebulosa di storie, analisi e aneddoti sulla vita quotidiana di Kabul: la capitale afghana prende forma poco a poco, rivelando gli aspetti meno noti della guerra e rosicchiando le certezze che tutti, chi più chi meno, pensiamo di avere a proposito di quello che si dovrebbe fare in Afghanistan, per il bene nostro e degli afghani.

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Afghanistan. Il diario di Giordana Stampa E-mail

Giovanni Rispoli, Rassegna Sindacale, Luglio 2010

Emanuele Giordana, giornalista e fondatore di Lettera22, torna a parlare di Afghanistan, paese che ha seguito sin dal suo primo viaggio nel 1974. Diviso in due sezioni, Noi e l'Afghanistan e L'Afghanistan e noi, il suo Diario da Kabul è un libro che racconta gli eventi da un'angolazione originale, osservando afghani e occidentali convivere e sopravvivere in una città da oltre trent'anni sulla linea del fronte.

Diplomatici, militari, funzionari dell'Onu, cooperanti, attivisti delle organizzazioni non governative: in Afghanistan esiste una nuova categoria sociale, gli expat, che conta ormai diverse decine di migliaia di occidentali. Protagonisti degli alti salari di un conflitto dove gli afghani restano sempre sullo sfondo di un quadro essenzialmente dipinto da "noi" occidentali, così lontani da "loro" da sembrare gli attori di due diverse commedie umane drammatiche e inconciliabili, per quanto inesorabilmente intrecciate.

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giordana e gli afghani, protagonisti invisibili Stampa E-mail

Eric Salerno, Il Messaggero, 12 luglio 2010

Perché siamo in Afghanistan? Una domanda che suscita polemiche tra i nostri politici, negli ambienti militari e in quelli pacifisti, e che trova ospitalità puntualmente ogni qualvolta le notizie che rimbalzano da quel paese parlano di italiani morti o feriti o arrestati o presi in ostaggio. Se ci limitiamo a guardare i pochi servizi televisivi o reportage sui quotidiani, i protagonisti di quel conflitto non sono gli abitanti di quel paese straordinario incastonato tra Occidente e Oriente; non sono gli uomini e le donne che riuscirono, nei secoli, a sbarazzarsi delle mire espansionistiche di conquistatori come Alessandro il Grande o dei dirigenti dell'impero sovietico.

 

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si può dir male di emergency? Stampa E-mail

Riccardo Chiaberge, Il Fatto Quotidiano

Si può dir male di Emergency? Di Afghanistan, qui da noi, si parla soltanto quando ci lascia (o rischia di lasciarci) la pelle qualcuno dei “nostri ragazzi”, come è accaduto ancora in questi giorni, o quando qualche reporter o medico italiano viene arrestato dalle forze governative o rapito dai talebani. Per il resto, sulla intricata matassa di quel lontano paese regna l’ignoranza più assoluta, e i media non fanno molto per colmare il gap. Ragione di più per leggere il bel libro di Emanuele Giordana, Diario da Kabul. Appunti da una città sulla linea del fronte (ObarraO edizioni, pagg. 118, euro 10,00): non tanto un’inchiesta sulla genesi di una guerra senza fine, quanto un tentativo di sfatare miti e luoghi comuni sulla realtà di un popolo e di raccontare in presa diretta la tormentata convivenza tra afghani e occidentali.

 

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l'afghanistan di Giordana Stampa E-mail

Blog di Repubblica, Gianpaolo Cadalanu

E’ troppo citare le Lezioni americane di Italo Calvino per segnalare un agile saggio giornalistico? Secondo me, no. Soprattutto se la lezione messa in pratica nelle pagine di “Diario da Kabul“, di Emanuele Giordana (edizioni OBarraO), è quella sulla leggerezza. E’ una dote rara, in questo genere di libri: un rigore inattaccabile e allo stesso tempo un linguaggio semplice, con un filo di ironia e un grande rispetto per le persone coinvolte nelle tragedie afgane.

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DIARIO DA KABUL, UNO SGUARDO OLTRE LA GUERRA Stampa E-mail

Floriana Lenti, View Point, settembre 2010

I riflettori sull’Afghanistan si accendono quando si verificano fatti di cronaca eclatanti.

Quale rapporto, però, ci lega a questa terra? Cosa sappiamo veramente della vita, della cultura e delle tradizioni dei pashtun o degli apakan? “Diario da Kabul, Appunti da una città sulla linea del fronte” (Obarra edizioni) dà luce a fatti e riflessioni di un mondo che spesso reputiamo ostile e distante, un Paese da trent’anni in guerra, che ospita migliaia di soldati italiani. L’autore, Emanuele Giordana, a settembre sarà a Perugia per presentare questo suo ultimo capolavoro letterario. Giornalista e fondatore di Lettera22, conduttore di Radiotremondo su Radio3Rai, direttore dell’agenzia ondine Ntnn racconta con disarmante ironia diluita a ferrea serietà gli eventi vissuti, conducendo il lettore sulle strade polverose di un luogo che ha tenui colori, forti profumi, enormi drammi e ospita un vero e proprio miscuglio di popoli.

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Wai wai tra Oriente e Occidente. Un grande libro tradotto in molte lingue, di Fabrizio Legger Stampa E-mail

Monviso, 26.6.2009

 

Finalmente anche in Italia è stato tradotto uno tra i più popolari romanzi della letteratura birmana moderna: si tratta de “La sposa birmana”, di Ma Ma Lay (1917-1982), una tra le più prestigiose autrici di questo paese indocinese che fu colonia britannica. Il libro è stato edito dalle edizioni O barra O, specializzate in letteratura del Sud-Est asiatico e dell’Estremo Oriente. Ma Ma Lay fu giornalista e scrittrice, ma anche nazionalista e femminista. Si batte contro il colonialismo inglese e l'imperialismo nipponico, colloborò a vari giornali e scrisse diverse opere, ma questo romanzo è certo il suo capolavoro.

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Delitti e follie nella Corea di oggi, di Fabrizio Legger Stampa E-mail

Il Monviso, 22.1.2010

 

La casa editrice milanese O barra O continua a proporre opere interessantissime delle letterature asiatiche e dell’Estremo Oriente, ricche di scrittori davvero originali e degne di conoscenza. Il sudcoreano Kim Young-Ha e l’autore di questa bizzarra raccolta di racconti intitolata “Che cosa ci fa un morto nell'ascensore?” (pagine 135, Euro 14,00), per la prima volta tradotti in lingua italiana. L’Autore, nato nel 1968, riesce a cogliere con molta ironia gli aspetti più surreali, grotteschi e contraddittori dell’esistenza umana.

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Recensione di Alessandra Spalletta Stampa E-mail

AGI China24, Roma 24.3.2010

Per alcuni sono i salvatori dell’economia dopo la crisi; per altri sono la prosecuzione della politica con mezzi finanziari e rappresentano interessi opachi: sono i fondi sovrani, e quello cinese, in particolare, è oggetto del libro di Alessandro Arduino “Il fondo sovrano cinese” edito da ObarraO Edizioni in collaborazione con il Cascc. Dalla sua comparsa sulla scena, China Investment Corporation (CIC) è stato sempre considerato con un misto di interesse e preoccupazione. I fondi sovrani obbediscono a un’agenda politica? E se questa massa di capitale venisse usata per approvvigionamenti di materie prime a prezzi tali da distorcere gli equilibri di mercato? AgiChina24 prende spunto dal libro per tentare di interpretare una realtà complessa.

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di Cristina Bolzani Stampa E-mail

Blog Rai News 24, 17.4.2010

 

... I carnet del viaggio in Cina ricordano vagamente un suo libro precedente, ma dedicato al Giappone, L’impero dei segni. In questo taccuino di appunti Barthes cerca di decostruire, vincendo l’indifferenza e la noia che qua e là si nota nel testo, la retorica del comunismo maoista anni Settanta.

Il viaggio di circa un mese, nel 1974, nasce da un un invito delle autorità cinesi. Barthes  va in Cina insieme a tre intellettuali del gruppo Tel Quel, a quel tempo in pieno fervore maoista – tra loro Julia Kristeva -  e al filosofo Francois Wahl. Inutile dire che il rituale comprende un programma di visite ufficiali in fabbriche di trattori, scuole, ospedali, stamperie, coltivazioni agricole, quartieri cittadini, il tutto corredato da informazioni sulla riuscita della Cina maoista; così l’Occidente di quegli anni amava vedere il Regno del Mezzo.

 

Barthes sminuzza in micro dettagli l’esotismo del realismo socialista. Gli stereotipi si infrangono sotto il suo sguardo implacabile. Ma tutto questo non si trasforma nella pregnanza del libro dedicato al Giappone. Le cose esistono e magari accadono imprevedibili, ma significano poco altro rispetto a quello che sono. (Cristina Bolzani)

 
Quando la Cina «sembrava» vicina, di Luigi Gorini Stampa E-mail

Giornale di Brescia, 17.4.2010

Per il «Grande Timoniere» era giunto il tempo del tramonto. La «Rivoluzione Culturale» era finita con il misterioso incidente aereo del 1971 in cui perse la vita Lin Biao, suo principale artefice. Al comando era tornata la «Vecchia guardia» e in auge l'eterno rivale Deng Xiaoping. La Cina e il Partito erano salvi, non lo «spirito rivoluzionario», mantenuto in vita dalla «Banda dei quattro» capeggiata da sua moglie Jiang Qing. Per controbilanciare il potere della Vecchia guardia, a lei, negli ultimi anni, Mao aveva affidato la gestione delle campagne di persuasione di massa, vere e proprie operazioni di ipnosi collettiva, come quella scatenata nei primi sei mesi del 1974 e chiamata «Pilin Pikong» (ossia «Critica a Lin Biao e Confucio»).
Ed è proprio nel pieno di quella campagna che il gruppo di intellettuali francesi della rivista «Tel Quel» viene invitato a visitare il Paese. Tra loro c'è Roland Barthes (1915-1980), semiologo, critico letterario, saggista, uno dei grandi nomi dello strutturalismo, che registra, su tre quaderni, appunti e impressioni di quell'esperienza. Ora «ObarraO» pubblica «I carnet del viaggio in Cina» riproponendo al lettore italiano le impressioni che il grande semiologo raccolse durante il soggiorno.
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il fondo sovrano si rafforza e torna attivo Stampa E-mail

Luca Vinciguerra, Il sole 24 ore, martedì 12.1.2010

S’aggira per il mondo un convitato rafforzato nelle sue potenzialità: il fondo sovrano cinese. Si chiama China international corporation (Cic); dispone di una dote di 300 miliardi di dollari che, secondo indiscrezioni, potrebbe salire presto a 500 miliardi; il suo obiettivo è allocare parte delle riserve valutarie cinesi in investimenti alternativi e più profittevoli rispetto ai titoli del Tesoro americani, di cui Pechino e diventata il principale sottoscrittore mondiale.

 

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Intrecci birmani tra sentimenti e lotta anticoloniale Stampa E-mail

Claudio Canal, il manifesto

 

Anche solo a pronunciarli, i nomi di alcune scrittrici birmane contemporanee ci impongono di emettere suoni assai diversi da quelli cui siamo abituati: Ludu Daw Amar, Nu Nu Yi Inwa, Khin Khin Htoo ... Esercizi di articolazione che suonano come un invito alla prudenza di fronte a una letteratura che ci è ignota nonostante la sua storia secolare. Una occasione viene ora fornita dalla prima traduzione italiana (in realtà dal francese) di uno dei testi più importanti della letteratura moderna birmana: Mone Ywa Mahu - E non per odio - reso con La sposa birmana.

L’autrice, Journal-Gyaw Ma Ma Lay, nata nel ‘17, è morta nel 1982, dopo una intensissima vita letteraria, giornalistica ed editoriale. (E quel Journal-Gyaw , “Giornale Celebre”, che precede il suo nome, ci ricorda come in Birmania i nomi delle persone siano creazioni ex novo e non riproduzione di linee parentali). Cominciata nel '36 con un articolo intitolato Diventare donne consapevoli la sua attività giornalistica non avrà sosta, nonostante le vessazioni subite dal potere politico, sia nella versione democratica sia in quella dittatoriale, con l’accusa di essere comunista e amica di comunisti, come Thein Pe Mynt, leader politico e scrittore. Negli anni '60 dopo una malattia e approfonditi studi Ma Ma Lay aprirà una clinica di medicina tradizionale birmana.

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Segnalazione di Enzo Mangini Stampa E-mail

Carta, 26.6-2.7 2009

Le edizioni O barra O  hanno l'indubbio merito di portare in Italia la letteratura d'Asia meno conosciuta. Non fa eccezione questo romanzo "a quattro mani", scritto dalla giornalista Brigitte Brault assieme allo scrittore Dominique de Saint Pern. E' una storia d'amore, tra la giornalista e un capo pashtun, esplosa nel tempo e nel luogo più incredibile, l'Afghanistan del crollo dei talebani e dell'occupazione occidentale. L'intreccio dei sentimenti e quello della storia compongono un racconto sorprendente, come un improvviso orizzonte dietro le montagne.

 
Per l'amore di un guerriero, Internazionale Stampa E-mail

Marie Dominique Levievre, Liberation, Maggio 2009

Questo romanzo-reportage è la storia di una giornalista che era andata in Afghanistan per girare un documentario e finisce per innamorarsi di un guerriero pashtun. L'autrice è Brigitte Brault che durante le riprese del suo film ha incontarto Shazada, uno dei capi tribali afgani a cui aveva chiesto aiuto per attraversare una zona pericolosa. L'attrazione è immediata. Shazada cercava una seconda moglie, e lo ha proposto a Brigitte. Lei si è così convertita all'islam, quello luminoso dei poeti sufi, non l'islam macabro dei taliban. Nella primavera del 2003 Shazada e Brigitte hanno fatto il loro primo viaggio in Europa. Per lui l'incontro con l'occidente è stato uno shock. Ma anche gli amici della vulcanica Brigitte sono rimasti allibiti quando l'hanno vista stirare i vestiti dell'uomo, servirgli da mangiare e portargli le valigie alla stazione.

 
"sulle tracce di cage. suoni, colori e immagini" di Cara Ronza Stampa E-mail

Mondadori Arte

Inkyung Hwang è una artista multimediale. Nata a Seoul, vive in Italia, a Milano. Da qui osserva la cultura occidentale e ne studia le avanguardie. Nel 2004 scrive una tesi - quella con cui si diploma all'Accademia di Brera - sulle sinergie tra arte visiva e musica del Novecento. Partendo da Kandinskij e da Shonberg segue le tracce di Duchamp, di Cage, degli artisti di Fluxus e giunge fino a Nam June Paik, il padre, sudcoreano come lei, della videoarte. Il lavoro, intitolato Il lungo treno di John Cage (128 pagg, Euro 12.00) e pubblicato da O barra O, racconta l'intreccio delle loro storie artistiche, le intuizioni e gli incontri che li hanno mossi. Dalle associazioni di suoni e colori di Kandinskij alle performance di Paik, passando per gli Imaginary landscape di Cage, il libro mette insieme e accorda immagini musicali e musiche visionarie che hanno scelto l'imprevedibilità dell'happening e dell'improvvisazione per essere sempre più vere.

 
Segnalazione su INSOUND Stampa E-mail

Dicembre 2007

L'autrice Inkyung Hwang è nata a Seoul, ma vive da anni a Milano. Attraverso il suo sguardo curioso da orientale ormai trapiantata in Occidente ci racconta l'arte contemporanea, seguendo i fili colorati che legano gli artisti, le loro storie e le loro opere. Il percorso parte da Kandinsky e Schonberg e dal rapporto tra arte e musica, passa per Duchamp, Cage e il movimento Fluxus, e si conclude con Nam June Paik, pioniere della video art (non a caso il libro è dedicato alla sua memoria). La cifra concettuale che accomuna tutte queste personalità è la flessibilità della mente, lo spirito libero, la visione della vita come un flusso senza regole rigide.

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ciuf ciuf Hwang Hwang, di Armando Adolgiso Stampa E-mail

Da Nybermedia.it, se. Cosmotaxi

Oltre “Il treno di Cage” – happening organizzato da Tito Gotti nel ’78 a Bologna – esiste un altro treno cageano, immaginario, con alla guida il grande John, ideato dall’artista e studiosa coreana Inkyung Hwang. Attraversa il territorio delle arti contemporanee, è un treno di carta (perché è un libro) che, puntualissimo, si ferma in tutte le stazioni dell’espressività intercodice partendo dall’antinaturalistica città chiamata Kandinsky per raggiungere la dodecafonica Schönberg, toccare la concettuale Duchamp, correre a fianco del fiume Fluxus per raggiungere Nam June Paik dove nasce la videoart; senza trascurare tante altre località dai nomi noti e meno noti.
Il volume è intitolato Il lungo treno di John Cage, contiene una vasta documentazione fotografica e s’avvale della prefazione di Tommaso Trini e di uno scritto di Riccardo Notte.
E’ pubblicato dall'Editrice O barra O impegnata nell’apportare contributi alla cultura del 2000 nei campi delle scienze umane e delle arti, nonché gettare ponti tra mondi opposti e complementari (Oriente-Occidente, da qui: O O).

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segnalazione su MEM Stampa E-mail

Rivista del PIME, dicembre 2009

Sullo sfondo di una Birmania travagliata dalla lotta per l'indipendenza guidata da Aung San, eroe nazionale e padre di Aung San Suu Kyi, si svolge la vicenda di Wai Wai, giovane donna costretta a subire il fascino dello stile di vita coloniale. Compressa tra l'amore per il marito, impiegato in una compegnia inglese, e la forza delle proprie radici, si opporrà con fierezza alla volontà del compagno di imprigionarla in una opprimente parodia di vita occidentale e privarla di quella autonomia di cui le donne birmane hanno sempre tradizionalmente goduto. A metà tra il romanzo psicologico e la metafora politica, il libro, tra i più popolari nell'odierno Myanmar, ci racconta con efficacia un passaggio storico decisivo calandolo nell'esistenza quotidiana. Ma non solo, perché la scrittrice, fervente attivista contro la dittatura militare, usa l'espediente del passato per analizzare i forti contrasti in atto nella società birmana attuale e per denunciare come la colonizzazione, in tutte le sue forme, distrugga l'identità di un popolo e sconvolga il tessuto sociale di una nazione.

 

 

 
segnalazione di Chiara Canavero Stampa E-mail

Weekend & Viaggi

Wai Wai, giovane dedita alla cura del padre s'innamora di U Saw Han, un birmano sostenitore dello stile di vita inglese. Lo sposa ma ben presto si trova imprigionata in un'opprimente parodia della vita occidentale. Tra romanzo psicologico e metafora politica, il libro analizza i forti contrasti in atto nella società birmana e denuncia come ogno colonizzazione possa sconvolgere un popolo.

 
L’EQUILIBRIO DEL DRAGONE Stampa E-mail

Lara Ricci, Sole 24 Ore, Domenica 8 novembre

“La nostra responsabilità è restare differenti”. Kunzang Choden ha solo 56 anni ma una storia d’altri tempi. A nove anni partì a piedi, accompagnata dal fratello appena più grande, attraverso un regno dove non c'erano strade, né luce, né scuole o ospedali. La schiavitù era appena stata abolita. Dopo dodici giorni di cammino lungo valli terrazzate di piccoli campi di riso, sormontate da foreste e cime intoccabili, arrivò a una calda frontiera dove incontrò uomini dalla pelle di un colore mai visto, con occhi enormi e strani nasi lunghi e dritti. Tutto faceva paura. Cerano “case giganti su due ruote”: davano il vomito se ci si saliva. I due bambini non avevano idea di cosa fosse un’auto, non capivano quel che dicevano i nuovi individui, né riuscivano a ingurgitare la brodaglia giallastra di cui si nutrivano.

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storia e gesta del sovrano cic Stampa E-mail

SOLE 24 ORE, Martedì 1 dicembre 2009

Nel 2008 della crisi, i fondi sovrani dell'Asia e del Medio Oriente si sono presentati sulla ribalta del mondo economico e finanziario, spesso con il ruolo di salvatori. Alessandro Arduino, sinologo della University of London Soas, racconta la genesi e le azioni di uno dei principali protagonisti, il fondo sovrano cinese China investment corporation (Cic), nato nel settembre del 2007. Il Cic viene descritto nella sua struttura organizzativa, nei suoi rapporti con il governo e con la Banca centrale di Pechino, nelle modalità di investimento all’estero e nelle sue conquiste sulla scena globale. Senza tralasciare le relazioni che intrattiene e gli intrecci andati formandosi tra quello cinese e gli altri grandi fondi sovrani di oggi, in primo luogo quelli mediorientali.

 
Intervista a Kim Young-ha di Roberta Scorranese Stampa E-mail

24.11.2009 Inserto del Corriere della Sera

Nato nel 1968 a Hwancheon, Corea del Sud, Kim Young-ha è uno scrittore lunare e beffardo, dall’ironia surreale. A chi gli chiede come ha cominciato, risponde così: “Ho il diritto di distruggere me stesso” (è il titolo del suo romanzo d’esordio, nel 1996).

Una certa fantasia nei titoli è indiscutibile.

Beh, in Italia è uscita la raccolta di racconti Che cosa ci fa un morto in ascensore?

Come vivono gli scrittori nella Corea dei Sud?

Ha presente la vostra “generazione Mille euro”? Ecco, più o meno così. Ma di certo non siamo un caso isolato. Come in molte altre nazioni, facciamo i conti con la cosiddetta società “liquida”. Con la precarietà, la disoccupazione, l’incertezza. Però penso che la Corea del Sud abbia reagito benissi- mo all’ultima crisi, forse meglio di altre economie.


Lo dicono i dati finanziari. E’ esagerato parlare di “esempio coreano”?


Io parlerei di una politica economica e sociale intelligente. Il governo ha immesso liquidità sul mercato, ha investito risorse per far fronte ai problemi. Non solo. Secondo me siamo stati più veloci, più reattivi. Le crisi precedenti ci hanno insegnato molto.

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Libere Cadute, Exibart Stampa E-mail
Una delle caratteristiche più straordinarie dell'opera di Yves Klein è la fusione tra evenescenza e tangibilità La sensazione di tattilità e la qualità aerea, quasi volatile dei lavori non si contraddicono, ma coesistono in una delle tante "sinestesie" messe a punto dal grande francese. La stessa cosa si può dire del suo impianto teorico, chiaro anche al profano ma sempre sfuggente, elaboratissimo ma irregolare e sempre libero.
Il recente libro Verso l'immateriale dell'arte della O barra O è una testimonianza perfetta di questa doppia natura. Il volumetto è ciò che si definisce "lodevole iniziativa editoriale".
Pubblicazione di testi inediti, traduzioni di scritti, conferenze, documenti: uno strumento utile, indispensabile in alcune parti, ma che si legge con la scorrevolezza di una raccolta di racconti.
E tra le righe spuntano dati e informazioni preziosi, oltre a curiosità che ristabiliscono l'atmosfera di un'epoca. Va aggiunto che oggi la lettura diretta degli scritti di Klein è lo strumento migliore per conoscere la sua poetica, soprattutto in un mercato editoriale italiano che rende disponibile pochissimo, a parte gli scritti tardi di un Restany ormai troppo trascendentalista per cogliere l'impatto sociale di Klein.
Il fulcro del libro è il testo integrale della conferenza tenuta da Klein alla Sorbona nel 1959, che permette di cogliere le natura performativa di ogni atto, anche verbale, dell'artista. I testi successivi mostrano la costruzione progressiva del "personaggio Klein" che, rischiando di essere tacciato di superomismo, compie invece un sacrificio totale della sua persona a favore di una nuova arte, trascendente ma non spiritualista.
Tra gli scritti, tutti gli articoli di "Dimanche", giornale stampato in un unico numero nel 1960; L'avventura monocroma, in cui Klein getta i semi di una cosmogonia personale basata sulle teorie di Bachelard; Yves il monocromo (1960);  le "regole rituali per la cessione delle zone di sensibilità pittorica immateriale".
L'appendice sui rapporti con l'Italia propone pagine altrettanto preziose: un diario del viaggio compiuto in Italia nel 1948, a vent'anni, il testo di Restany per la mostra da Apollinaire nel 1957 e la recensione della stessa mostra di Dino Buzzati, oltre a un carteggio con Fontana.
Verso l'immateriale dell'arte è un libro che impone di essere letto d'un fiato, utile a delineare un corpus teorico irregolare nella forma ma solidissimo, prescrittivo ma mai dogmatico. Con note puntuali e approfondite, e con date e fonti sempre reperibili.

(Stefano Castelli)
 
Bhutan, la “rivoluzione” ha il colore rosa, La Voce di Mantova Stampa E-mail

Di Emanuele Salvato

Digiti Kunzang Choden su qualsiasi motore di ricerca della Rete e immancabilmente, fra le altre informazioni, salta fuori che è stata la prima donna del Bhutan ad aver scritto e pubblicato un romanzo in lingua inglese uscito dai ristretti confini del piccolo paese incastrato fra Cina e India.

Poi parli con la scrittrice - a Mantova per il Festivaletteratura nell’ambito del quale oggi alle 14.30 in Santa Maria della Vittoria incontrerà il pubblico e ospite ieri della nostra redazione - e scopri che in poche parole estrapolate da Internet, ma anche da altre fonti, è racchiusa una quantità considerevole di inesattezze. «Non c’entra il sesso - ci ha spiegato durante l’intervista concessa al nostro giornale -, sono la prima voce letteraria in assoluto a uscire dai confini del Bhutan con un certo successo.

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recensione su Mangialibri Stampa E-mail
Il villaggio di Dong, lungo le sponde del fiume Dinh, noto fin dalla notte dei tempi per le sue particolarità – la casa comunale più grande, il mango tortuoso più robusto, il ponte di pietra più alto -, è soprattutto conosciuto per i suoi uomini di talento e la bellezza delle sue donne. Là in quel villaggio crescono Hanh, appartenente alla famiglia Vu, e Nghia, della stirpe degli Nguyen in eterna contesa con il clan Vu. L’amicizia dei due bambini che sperimentano insieme la vita, si trasforma a poco a poco in amore tanto che i giovani decidono di sposarsi sfidando i voti ancestrali che vietano l’unione tra le due stirpi.
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Da Inchiostro: recensione di Patrizia Sergio Stampa E-mail

SHERLOCK A SHANGAI
Cheng Xiaoqing; ObarraO
pp. 255; 12,00 euro


Leggere un poliziesco ambientato in Cina, per di più negli anni Venti, rappresenta un inedito piacere per il lettore occidentale, avvezzo a ben altri canoni.
Nei sette racconti che compongono il lavoro di Xiaoqing, il detective Huo Sang e il suo assistente si misurano con altrettanti casi in cui deduzioni affrettate, per quanto logiche, potrebbero ingannare anche la mente più acuta. Il confronto con Conan Doyle è voluto, in quanto l’autore è un grande estimatore del padre di Sherlock Homes. La veste gialla, così, è un’opportunità, quasi un pretesto per mostrare limiti e contraddizioni della natura umana; il tutto inserito in un preciso momento storico, segnato da grandi cambiamenti: la tradizione si scontra con la modernizzazione e Shanghi diviene il teatro ideale per i misteriosi delitti.

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La Cina raccontata finalmente da chi l’ha vissuta per davvero (Khayyam's Blog) Stampa E-mail
Può la Cina essere spiegata da un filosofo e da un architetto? Possono, cioè, due studiosi di discipline così diverse aiutare il lettore a «comprendere ciò che accade in Cina in questo momento, dopo le riforme economiche degli anni Ottanta, nell’epoca dell’esplosione urbana?».

Il tentativo – non certo semplice ma di sicuro suggestivo – è stato compiuto con successo da Jean-Paul Dollé e Philippe Jonathan: filosofo e scrittore il primo, architetto e urbanista il secondo. Quelle di Dollé e Jonathan sono infatti le due voci della Conversazione sulla Cina tra un filosofo e un architetto, edita dalla milanese ObarraO Edizioni nella suggestiva collana Occidente_Oriente.
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DA INTERNAZIONALE, articolo di Erwan Desplanques, Télérama Stampa E-mail
Vent’anni dopo la sua morte, Jean Genet non è sempre un amico con cui è facile fare i conti.
Genet amava i funamboli, e scrivere su di lui è un’acrobazia. Si avanza claudicando tra disagio e ammirazione,
lacerati tra la potenza poetica dei suoi scritti e la violenza politica del suo discorso. E si oscilla dal versante del giudice a quello dell'avvocato.
Dominique Eddé possiede questa abilità. Ha letto il Genet genio e frequentato il Genet canaglia.
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La Cina alla conquista dell'Africa di Manlio Masucci Stampa E-mail

Da "Conquiste del lavoro"

Dopo aver molto discusso sul concetto di Cindia, un fantaimpero costituito dalle rampanti economie di Cina e India, si potrebbe presto iniziare a parlare di Cinafrica, in considerazione della crescente interazione fra l'Impero di Mezzo e il continente nero. Ma se Pechino e New Dehli corrono parallele e indipendenti entrando, non di rado, in competizione l'una con l'altra, il rapporto tra la Cina e l'Africa appare strutturato su basi ben diverse.
La netta sproporzione fra le due economie, vivace e sulla cresta dell'onda quella cinese, atavicamente depressa e alla costante ricerca di una propria identità quella africana, fa sì che Cinafrica tenda a costituirsi su nuovi legami di dipendenza e sudditanza in cui non pochi hanno riconosciuto una nuova forma di colonialismo.
A proporci un'approfondita analisi di questo nuovo sviluppo delle relazioni internazionali sono Cecilia Brighi, sindacalista Cisl esperta di politiche asiatiche, Irene Panozzo giornalista specializzata in Africa, e Ilaria Maria Sala corrispondente da Hong Kong per varie testate italiane; il loro libro "Safari cinese. Petrolio, risorse, mercati. La Cina conquista l'Africa" (Edizioni O barra O, pp.108, euro 12,50) è il primo a uscire su questo specifico argomento e promette di aprire una strada che molti analisti di politica internazionale saranno obbligati a seguire.

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Safari cinese, sfida Occidente-Pechino sul suolo africano Stampa E-mail

DI ROBERTA GIACONI

MILANO (Reuters) - C'è una guerra sul suolo africano che non si combatte con le armi, ma con relazioni diplomatiche e commerciali. Mentre i paesi occidentali faticano sempre di più a mantenere l'antica supremazia, è la Cina che si sta facendo spazio preparandosi a diventare il primo partner commerciale del Continente Nero. Con conseguenze potenzialmente esplosive nel campo dei diritti umani.

E' quanto affermano due saggi pubblicati in Italia, "L'Africa cinese" di Stefano Gardelli (Università Bocconi editore) e "Safari cinese" di Cecilia Brighi, Irene Panozzo e Ilaria Maria Sala (O barra O Edizioni).

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Arte, Recensione di Cara Ronza Stampa E-mail

Klein. L'arte è l'audacia dell'opera immaginata

Nel 1959, in una conferenza alla Sorbona, Yves Klein invita tutti gli artisti "che sanno cos'è la responsabilità di essere un uomo di fronte all'universo" a unirsi in un’impresa comune, superando l'arte stessa e lavorando al ritorno alla vita reale, "quella in cui l'uomo pensante non è più il centro dell'universo, ma l'universo il centro dell'uomo". L'opera d'arte non è il monocromo blu Klein, non è la performance, né la symphonie monoton, ma la sensibilità di cui sono "impregnate", l'audacia con cui sono state immaginate. Il testo di quella conferenza viene pubblicato per la prima volta in Italia da O barra O nel prezioso Verso l'immateriale dell'arte (122 pp., 12 ill. in b/n, Euro 14), che contiene anche altri scritti sul tema e alcuni documenti che testimoniano il particolare legame di Klein con l'Italia, dal “diario italiano” di un suo viaggio giovanile a uno scambio di lettere e pensieri con Lucio Fontana proprio del 1959.

 
da Left: articolo di Simona Maggiorelli Stampa E-mail
Della «meteora» Yves Klein che ha attraversato fulminea l'avanguardia del '900 è stato detto pressoché di tutto. E il contrario di tutto. Sussunto tout court nel Nouveau réalisme dal critico Re-stany, che fu suo primo mentore, è stato poi ascritto all'astrattismo per i suoi monocromi di intenso blu Oltremare, un vibrante tono di colore, passato alla storia come "blu Klein". Ma C'è stato anche chi lo ha etichettato «artista zen», per la sua passione per le arti orientali e per certe sue enigmati-che «ricerche sul vuoto». Per non parlare poi di quella critica che, alla fine degli anni 60 lo ridusse a mero anticipatore delle performance dell'action painting e della pop art americana. Definizioni queste (ma se ne potrebbero citare molte altre) che, anche quando non alterano del tutto il contenuto della ricerca di Yves Klein, bloccano la sua poliedrica avventura nell'arte in un singolo "fotogramma". Una parabola artistica che nell'arco di pochi anni (Klein era nato nel 1928 e morì prematuramente nel 1962) si sviluppò fra tecniche e generi diversi, passando dai monocromi ai monogold, dai rilievi planetari alle fontane di acqua, alle sculture con il fuoco, alle architetture di aria, alle antropometrie, in un continuo tentativo di fondere arte e vita. Non in senso meramente estetizzante alla Wilde. Ma facendo dell'arte e della ricerca la propria vita. E al tempo stesso tentando di non far fuori la creatività dalla vita quotidiana. Elementi della biografia e della poetica di Yves Klein che, fuori da ogni mitizzazione, emergono con chiarezza dalla mostra che il direttore del Museo d'arte di Lugano, Bruno Corà ha voluto dedicare alla sua opera, facendola "dialogare" con quella di Rotraut, la scultrice tedesca che fu sua compagna di arte e di vita. Un paso doble che porta nelle sale del museo svizzero (fino al 13 settembre, catalogo bilingue Silvana editoriale) un centinaio di opere di Klein e 22 sculture di Rotraut: forme essenziali in ferro e colore che evocano immagini stilizzate di donne che danzano, cavalli in corsa, forme giocose e vitali che Rotraut pensa per spazi en plein air. Nella parte dedicata a Klein e realizzata in collaborazione con Daniel Moquay dell’archivio Klein di Parigi, di fatto, sono ripercorsi tutti i cicli più importanti della sua opera. A cominciare dai suoi magnetici monocromi frutto di una originale ricerca sul colore puro, lontana dalla marmorea fissità dei monocromi di Malevich e tanto più dalle razionalissime campiture di colore tipiche di Mondrian.

Nella conferenza tenuta alla Sorbona nel 1959 –che ora l'editore O barra O edizioni pubblica in italiano insieme ad altri scritti nel volume Verso l'immateriale dell'arte, Klein mette in relazione i suoi monocromi con la ricerca sulla luce e sul colore di Delacroix, ma soprattutto con il blu di Giotto.
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Da Internazionale: Recensione di Anna Sujatha Mathai Stampa E-mail

The Hindu

Il romanzo d'esordio della bhutanese Kunzang Choden racconta una storia semplice e all'antica: niente trucchi letterari qui, tutto ha radici nella terra profonda di una cultura millenaria. Tsomo è una ragazza di villaggio senza istruzione che ha sempre voluto approfondire la conoscenza del buddismo. Ma questa le viene negata, perchè è donna. Un toccante testimonianza femminista su una donna che impara dolorosamente a bastare a se stessa.

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RECENSIONE DI KHIN NYEIN AYE THAN Da Internazionale Stampa E-mail

Myanmar Times

Ventitré anni dopo la sua morte, Journal-Gyaw Ma Ma Lay vive ancora nella mente dei birmani, grazie alla sua capacità di trasformare le piccole vicende di tutti i giorni in libri appassionanti. Vincitore di molti premi, La sposa birmana, scritto nel 1955, è il primo romanzo birmano ad aver varcato i confini nazionali, grazie alla traduzione inglese.

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"LA SPOSA BIRMANA" DI MOVIDA Stampa E-mail
Dal sito www.lankelot.eu

 
“La sposa birmana” è, ad oggi, l’unico titolo tradotto all’estero di Journal-Gyaw Ma Ma Lay, una delle più grandi scrittrici birmane del Novecento. La scrittura di Ma Ma Lay si unisce in uno straordinario abbraccio di sorellanza alla continuità della lotta sofferente e mai piegata del Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, nota anche come autrice di libri-denuncia sulla drammatica condizione della Birmania, oggi Myanmar. È di pochi giorni fa l’ennesima conferma degli arresti domiciliari di Suu Kyi, ed abbiamo ancora davanti ai nostri occhi le immagini terribili del 2007, quando venne sedata con la violenza la marcia dei monaci che rivendicavano pacificamente la libertà ed il rispetto dei diritti umani. Tutto ciò a dimostrazione che i tempi non sono cambiati, semmai peggiorano.
 
Il romanzo di Ma Ma Lay è un unico e prezioso esempio della letteratura moderna di un popolo che sapeva, all’epoca, riconoscere dignità letteraria, civile ed umana alle donne.
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CHE COSA CI FA UN MORTO NELL'ASCENSORE? di Movida Stampa E-mail

Dal sito www.lankelot.eu

Cinque racconti, tradotti per la prima volta in Italia direttamente dal coreano, senza interposizioni o fratture, annunciano la prosa generosa ed avvolgente di uno dei principali esponenti della nuova generazione di scrittori coreani. Cinque racconti che, nella loro apparente diversità, riuniscono in una sola parola la drammaticità della loro comunanza: la solitudine. Ecco che, in un mondo così lontano, la Corea del Sud, si ripete quella che in tutta evidenza è la conseguenza normale di una civiltà ipertecnologica. L’abbiamo già vissuta, l’abbiamo già osservata in altre terre, in altri tempi, in altre forme. Ne abbiamo assaporato il sapore, ne siamo stati dilaniati. Tutto è cemento, tecnologia. Tutto è grigio. Tutto è assordante, al di fuori. Resta un nucleo silenzioso, tuttavia non ancora spezzato dall’impotenza. La fiducia resta ancorata alla realtà. La speranza resiste, sempre: “avrei dovuto tatuarle EXIT sulla punta della freccia e aggiungere il mio nome sulla sua coscia. Ormai era troppo tardi. Saltai dalla finestra e atterrai sul tetto della casa accanto. Corsi, guardando solo davanti a me. Sentivo il rumore delle tegole che si rompevano sotto i miei piedi” (pag.135).

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Incontro con Rithy Panh - IL REGISTA DELLA MEMORIA, di Roberto Tofani Stampa E-mail
Da http://www.sudestasiatico.com/2009/02/14/incontro-con-rithy-panh-il-regista-della-memoria/, 14.02.09
e pubblicato su DIARIO - MEMORIA (Anno XIV n°2)


Il clima è molto caldo a Phnom Penh e non solo perché siamo nel mezzo della stagione monsonica. Il 27 luglio, si sono tenute le elezioni per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale, l’organo legislativo del Paese. Le accuse di brogli lanciate all’indomani del voto da Sam Rainsy, leader del partito omonimo all’opposizione, nei confronti di quello di maggioranza, Cambodian People’s Party (CPP), del primo ministro Hun Sen, in carica dal 1985, non hanno fatto altro che alimentare la tensione in un Paese dagli equilibri molto delicati.
Raggiungere il numero 64 della strada 200, dove si trova il Bophana Center, è compito abbastanza agevole, sebbene moti ‘driver’ non conoscano la numerazione stradale, ma si orientino in base ai punti più importanti della capitale: i mercati e il monumento dell’Indipendenza.
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"S-21: la carneficina di Stato" di Daniele Scaglione Stampa E-mail
Sole 24 ore, 05.06.05

“Non voglio essere il resto di un massacro!” urla Nath al cineasta Rithy Panh. Nath è entrato all'S-21 il 7 gennaio 1978, esattamente un anno prima che il regime dei khmer rossi venisse sconfitto dai vietnamiti. Nella maggioranza dei casi i “nemici della rivoluzione venivano ammazzati per strada. Due milioni di persone bastonate a morte per aver rotto un cucchiaio, danneggiato un germoglio, scambiato effusioni.
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"Khmer rossi, macchina di morte. Un film scuote la Cambogia" di Giampiero Martinotti Stampa E-mail

la Repubblica

PARIGI – “La vita è stata per me un regalo sconcertante e la memoria è la sua terribile maledizione.” La tragica filosofia di Vann Nath si riflette nel suo sguardo perduto dietro le terribili immagini del passato. E' uno dei rari sopravvissuti del genocidio cambogiano. Per quattro anni è stato detenuto in un centro di tortura, l’S-21, dove sono state sterminate 17mila persone. Ne sono usciti vivi solo in sette. Nath è uno di loro ed è diventato il personaggio chiave di un formidabile documentario sul genocidio: “S-21. La macchina di morte dei khmer rossi”, di Rithy Panh. Un film che ha collezionato i premi in Europa (compreso il prix Italia nel settembre scorso), che esce domani nelle sale cinematografiche francesi (dopo essere passato sulla tv franco-tedesca Arte) e che ha suscitato un’emozione senza precedenti in Cambogia proprio mentre si cerca, fra mille difficoltà di processare i responsabili dello sterminio.

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"L'inferno dei Khmer rossi" di Emanuele Giordana Stampa E-mail

La nuova Sardegna, 28.12.04

Chi pensa che la macchina di sterminio degli khmer rossi fosse stata creata in occasione della presa del potere di Pol Pot nel 1975, avrà di che ricredersi leggendo S-21. S-21 era l’abbreviazione con cui era nota, nel linguaggio burocratico concentrazionario khmer rosso, la prigione del regime: l’ex liceo Ponhea Yat di Phnom Penh, conosciuto anche come carcere di Tuol Sleng, oggi museo nazionale dell’Olocausto cambogiano.

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"I racconti dei sopravvissuti. La macchina di morte dei Khmer rossi" di Fabrizio Legger Stampa E-mail
Rinascita, 02.09.05
 
Questo sconvolgente libro. Pubblicato dalla casa editrice milanese O barra O nella collana "In - Asia ", intitolato: "S-21. La macchina di morte dei Khmer Rossi" (pagine 187, Euro 16,OO) è stato scritto a quattro mani da un cineasta cambogiano sopravvissuto ai "campi di rieducazione" di Pol Pot e da una giornalista francese, cioè Rithy Panh e Christine Chameau. Nelle sue pagine si confrontano i sopravvissuti allo sterminio e i loro torturatori.
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"Panh e il dramma della Cambogia" di Marialuisa Pasotti Stampa E-mail

Mantova Garda (La voce di Mantova), settembre 2008

Nel suo ultimo libro La carta non può avvolgere la brace, lo scrittore e regista cambogiano Rithy Panh racconta la storia di giovani prostitute che scandiscono il drammatico scorrere della loro esistenza incontrandosi e confrontandosi nel Building Bianco, un edificio che sembra "un enorme vascello sbattuto dal vento nel centro di Phnom Penh". Intervistato dalla Voce di Mantova all'utlimo Festivaletteratura, dove ha presentato anche il film tratto dal libro

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Recensione di Anna Gallo Stampa E-mail
Da http://www.ilreporter.com, 26.5.2008

“Questo libro è la storia di una resistenza. Presenta un anno e mezzo di vita di un gruppo di prostitute «salariate», che sono alloggiate dalla loro tenutaria nel Building bianco, un decadente edificio nel cuore della capitale, Phnom Penh” (p.9).
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"panh: faccio il regista per dirmi che sono vivo" di Francesca Lancini Stampa E-mail

East, febbraio 2009

“Sono diventato regista per non soccombere al dolore. Solo quando mi hanno chiamato al festival di Cannes e agli Oscar, ho capito che ero davvero sopravvissuto all’adolescenza trascorsa in un campo di lavoro dei Khmer Rossi. Ero diventato capace di creare qualcosa, malgrado l'esperienza sconvolgente del genocidio.”
A questa amara confessione, Rithy Panh, il regista cambogiano più famoso al mondo, reticente alle interviste, arriva dopo molte domande, sottintesi, frasi lasciate a metà. Seduto in un chiostro dell'ultimo Festivaletteratura di Mantova, tiene a lungo le braccia conserte e parla quasi sottovoce, ma lo sguardo fisso svela, prima di quanto faranno poi le parole, tutta la forza del popolo khmer e l'orrore della tragedia che da trent'anni lo sconvolge.

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"La Cambogia ritrova la sua memoria" di Simona Maggiorelli Stampa E-mail

Left, 12.09.08

 “Questo libro è la storia di una resistenza. Racconta un anno e mezzo di vita di un gruppo di giovani prostitute ‘salariate’, alloggiate dalla loro tenutaria nel Building bianco, un decadente edificio nel cuore della capitale Phnom Penh” annota Rithy Panh nella prefazione del suo toccante La carta non può avvolgere la brace (O barra O edizioni). Regista e scrittore, fra le voci più interessanti della Cambogia di oggi, da quando appena adolescente riuscì a scappare da un campo di lavoro dove l’avevano confinato i khmer rossi che avevano sterminato la sua famiglia, è impegnato a raccontare le ferite ancora aperte di un Paese dalla cultura millenaria, bellissimo e - sotto una quiete apparente - ancora non riconciliato.

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Nguyên Huy Thiêp: il mio Vietnam dopo le bombe e le repressioni, di Claudio Magris Stampa E-mail

Corriere della Sera, 23.01.08

Anni fa, nell’infuriare del conflitto in Vietnam, ho sentito per caso alla televisione, non ricordo più se tedesca o francese, un’intervista a un dirigente nordvietnamita il quale, in un perfetto francese, diceva che il suo popolo, coinvolto da decenni in una guerra che aveva impegnato più generazioni, correva il grande pericolo di identificare la vita con la guerra, di non saper concepire la vita senza la guerra.

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"IL MURO DELLA LINGUA" di Gianni De Martino Stampa E-mail

È necessario semplificare e liberare dai suoi arcaismi la lingua araba, rimasta immutata nella sua grammatica, sintassi e coniugazione da millecinquecento anni, incomprensibile al 90% dei musulmani e resa impraticabile per comunicare nel mondo di oggi: per averlo scritto nel 2004 in un libro da poco tradotto in italiano (La sciabola e la virgola , ObarraO edizioni), Chérif Choubachy ha scatenato al Cairo la collera degli islamisti egiziani e di altri difensori della sacralità della lingua, al punto da essere  costretto a lasciare il suo posto di vice-ministro egiziano della cultura.

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Ultimo aggiornamento:
Venerdì 03 Febbraio 2012, ore 15:33