11 | 03 | 2010
Su YouTube il trailer di Afghanistan Unveiled, il road movie sulla condizione femminile realizzato con 14 ragazze afgane da Brigitte Brault, autrice di Per l'amore di un guerriero. Nominato agli Emmy Awards 2005. Seguite il link.
Recensioni

In questa sezione sono raccolte le recensioni riguardanti nostri libri comparse su supporti cartacei e su altri siti internet.

Per suggerimenti su altre recensioni o per segnalare qualche incorrettezza siete pregati di contattare la redazione.



il fondo sovrano si rafforza e torna attivo Stampa E-mail

Luca Vinciguerra, Il sole 24 ore, martedì 12.1.2010

S’aggira per il mondo un convitato rafforzato nelle sue potenzialità: il fondo sovrano cinese. Si chiama China international corporation (Cic); dispone di una dote di 300 miliardi di dollari che, secondo indiscrezioni, potrebbe salire presto a 500 miliardi; il suo obiettivo è allocare parte delle riserve valutarie cinesi in investimenti alternativi e più profittevoli rispetto ai titoli del Tesoro americani, di cui Pechino e diventata il principale sottoscrittore mondiale.

 

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Intrecci birmani tra sentimenti e lotta anticoloniale Stampa E-mail

Claudio Canal, il manifesto

 

Anche solo a pronunciarli, i nomi di alcune scrittrici birmane contemporanee ci impongono di emettere suoni assai diversi da quelli cui siamo abituati: Ludu Daw Amar, Nu Nu Yi Inwa, Khin Khin Htoo ... Esercizi di articolazione che suonano come un invito alla prudenza di fronte a una letteratura che ci è ignota nonostante la sua storia secolare. Una occasione viene ora fornita dalla prima traduzione italiana (in realtà dal francese) di uno dei testi più importanti della letteratura moderna birmana: Mone Ywa Mahu - E non per odio - reso con La sposa birmana.

L’autrice, Journal-Gyaw Ma Ma Lay, nata nel ‘17, è morta nel 1982, dopo una intensissima vita letteraria, giornalistica ed editoriale. (E quel Journal-Gyaw , “Giornale Celebre”, che precede il suo nome, ci ricorda come in Birmania i nomi delle persone siano creazioni ex novo e non riproduzione di linee parentali). Cominciata nel '36 con un articolo intitolato Diventare donne consapevoli la sua attività giornalistica non avrà sosta, nonostante le vessazioni subite dal potere politico, sia nella versione democratica sia in quella dittatoriale, con l’accusa di essere comunista e amica di comunisti, come Thein Pe Mynt, leader politico e scrittore. Negli anni '60 dopo una malattia e approfonditi studi Ma Ma Lay aprirà una clinica di medicina tradizionale birmana.

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Segnalazione di Enzo Mangini Stampa E-mail

Carta, 26.6-2.7 2009

Le edizioni O barra O  hanno l'indubbio merito di portare in Italia la letteratura d'Asia meno conosciuta. Non fa eccezione questo romanzo "a quattro mani", scritto dalla giornalista Brigitte Brault assieme allo scrittore Dominique de Saint Pern. E' una storia d'amore, tra la giornalista e un capo pashtun, esplosa nel tempo e nel luogo più incredibile, l'Afghanistan del crollo dei talebani e dell'occupazione occidentale. L'intreccio dei sentimenti e quello della storia compongono un racconto sorprendente, come un improvviso orizzonte dietro le montagne.

 
Per lamore di un guerriero, Internazionale Stampa E-mail

Marie Dominique Levievre, Liberation, Maggio 2009

Questo romanzo-reportage è la storia di una giornalista che era andata in Afghanistan per girare un documentario e finisce per innamorarsi di un guerriero pashtun. L'autrice è Brigitte Brault che durante le riprese del suo film ha incontarto Shazada, uno dei capi tribali afgani a cui aveva chiesto aiuto per attraversare una zona pericolosa. L'attrazione è immediata. Shazada cercava una seconda moglie, e lo ha proposto a Brigitte. Lei si è così convertita all'islam, quello luminoso dei poeti sufi, non l'islam macabro dei taliban. Nella primavera del 2003 Shazada e Brigitte hanno fatto il loro primo viaggio in Europa. Per lui l'incontro con l'occidente è stato uno shock. Ma anche gli amici della vulcanica Brigitte sono rimasti allibiti quando l'hanno vista stirare i vestiti dell'uomo, servirgli da mangiare e portargli le valigie alla stazione.

Ultimo aggiornamento ( Venerdì 04 Dicembre 2009 15:48 )
 
"sulle tracce di cage. suoni, colori e immagini" di Cara Ronza Stampa E-mail

Mondadori Arte

Inkyung Hwang è una artista multimediale. Nata a Seoul, vive in Italia, a Milano. Da qui osserva la cultura occidentale e ne studia le avanguardie. Nel 2004 scrive una tesi - quella con cui si diploma all'Accademia di Brera - sulle sinergie tra arte visiva e musica del Novecento. Partendo da Kandinskij e da Shonberg segue le tracce di Duchamp, di Cage, degli artisti di Fluxus e giunge fino a Nam June Paik, il padre, sudcoreano come lei, della videoarte. Il lavoro, intitolato Il lungo treno di John Cage (128 pagg, Euro 12.00) e pubblicato da O barra O, racconta l'intreccio delle loro storie artistiche, le intuizioni e gli incontri che li hanno mossi. Dalle associazioni di suoni e colori di Kandinskij alle performance di Paik, passando per gli Imaginary landscape di Cage, il libro mette insieme e accorda immagini musicali e musiche visionarie che hanno scelto l'imprevedibilità dell'happening e dell'improvvisazione per essere sempre più vere.

 
Segnalazione su INSOUND Stampa E-mail

Dicembre 2007

L'autrice Inkyung Hwang è nata a Seoul, ma vive da anni a Milano. Attraverso il suo sguardo curioso da orientale ormai trapiantata in Occidente ci racconta l'arte contemporanea, seguendo i fili colorati che legano gli artisti, le loro storie e le loro opere. Il percorso parte da Kandinsky e Schonberg e dal rapporto tra arte e musica, passa per Duchamp, Cage e il movimento Fluxus, e si conclude con Nam June Paik, pioniere della video art (non a caso il libro è dedicato alla sua memoria). La cifra concettuale che accomuna tutte queste personalità è la flessibilità della mente, lo spirito libero, la visione della vita come un flusso senza regole rigide.

Ultimo aggiornamento ( Venerdì 04 Dicembre 2009 14:33 )
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ciuf ciuf Hwang Hwang, di Armando Adolgiso Stampa E-mail

Da Nybermedia.it, se. Cosmotaxi

Oltre “Il treno di Cage” – happening organizzato da Tito Gotti nel ’78 a Bologna – esiste un altro treno cageano, immaginario, con alla guida il grande John, ideato dall’artista e studiosa coreana Inkyung Hwang. Attraversa il territorio delle arti contemporanee, è un treno di carta (perché è un libro) che, puntualissimo, si ferma in tutte le stazioni dell’espressività intercodice partendo dall’antinaturalistica città chiamata Kandinsky per raggiungere la dodecafonica Schönberg, toccare la concettuale Duchamp, correre a fianco del fiume Fluxus per raggiungere Nam June Paik dove nasce la videoart; senza trascurare tante altre località dai nomi noti e meno noti.
Il volume è intitolato Il lungo treno di John Cage, contiene una vasta documentazione fotografica e s’avvale della prefazione di Tommaso Trini e di uno scritto di Riccardo Notte.
E’ pubblicato dall'Editrice O barra O impegnata nell’apportare contributi alla cultura del 2000 nei campi delle scienze umane e delle arti, nonché gettare ponti tra mondi opposti e complementari (Oriente-Occidente, da qui: O O).

Ultimo aggiornamento ( Venerdì 04 Dicembre 2009 11:46 )
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segnalazione su MEM Stampa E-mail

Rivista del PIME, dicembre 2009

Sullo sfondo di una Birmania travagliata dalla lotta per l'indipendenza guidata da Aung San, eroe nazionale e padre di Aung San Suu Kyi, si svolge la vicenda di Wai Wai, giovane donna costretta a subire il fascino dello stile di vita coloniale. Compressa tra l'amore per il marito, impiegato in una compegnia inglese, e la forza delle proprie radici, si opporrà con fierezza alla volontà del compagno di imprigionarla in una opprimente parodia di vita occidentale e privarla di quella autonomia di cui le donne birmane hanno sempre tradizionalmente goduto. A metà tra il romanzo psicologico e la metafora politica, il libro, tra i più popolari nell'odierno Myanmar, ci racconta con efficacia un passaggio storico decisivo calandolo nell'esistenza quotidiana. Ma non solo, perché la scrittrice, fervente attivista contro la dittatura militare, usa l'espediente del passato per analizzare i forti contrasti in atto nella società birmana attuale e per denunciare come la colonizzazione, in tutte le sue forme, distrugga l'identità di un popolo e sconvolga il tessuto sociale di una nazione.

 

 

 
segnalazione di Chiara Canavero Stampa E-mail

Weekend & Viaggi

Wai Wai, giovane dedita alla cura del padre s'innamora di U Saw Han, un birmano sostenitore dello stile di vita inglese. Lo sposa ma ben presto si trova imprigionata in un'opprimente parodia della vita occidentale. Tra romanzo psicologico e metafora politica, il libro analizza i forti contrasti in atto nella società birmana e denuncia come ogno colonizzazione possa sconvolgere un popolo.

Ultimo aggiornamento ( Giovedì 03 Dicembre 2009 16:35 )
 
L’EQUILIBRIO DEL DRAGONE Stampa E-mail

Lara Ricci, Sole 24 Ore, Domenica 8 novembre

“La nostra responsabilità è restare differenti”. Kunzang Choden ha solo 56 anni ma una storia d’altri tempi. A nove anni partì a piedi, accompagnata dal fratello appena più grande, attraverso un regno dove non c'erano strade, né luce, né scuole o ospedali. La schiavitù era appena stata abolita. Dopo dodici giorni di cammino lungo valli terrazzate di piccoli campi di riso, sormontate da foreste e cime intoccabili, arrivò a una calda frontiera dove incontrò uomini dalla pelle di un colore mai visto, con occhi enormi e strani nasi lunghi e dritti. Tutto faceva paura. Cerano “case giganti su due ruote”: davano il vomito se ci si saliva. I due bambini non avevano idea di cosa fosse un’auto, non capivano quel che dicevano i nuovi individui, né riuscivano a ingurgitare la brodaglia giallastra di cui si nutrivano.

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storia e gesta del sovrano cic Stampa E-mail

SOLE 24 ORE, Martedì 1 dicembre 2009

Nel 2008 della crisi, i fondi sovrani dell'Asia e del Medio Oriente si sono presentati sulla ribalta del mondo economico e finanziario, spesso con il ruolo di salvatori. Alessandro Arduino, sinologo della University of London Soas, racconta la genesi e le azioni di uno dei principali protagonisti, il fondo sovrano cinese China investment corporation (Cic), nato nel settembre del 2007. Il Cic viene descritto nella sua struttura organizzativa, nei suoi rapporti con il governo e con la Banca centrale di Pechino, nelle modalità di investimento all’estero e nelle sue conquiste sulla scena globale. Senza tralasciare le relazioni che intrattiene e gli intrecci andati formandosi tra quello cinese e gli altri grandi fondi sovrani di oggi, in primo luogo quelli mediorientali.

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 02 Dicembre 2009 13:59 )
 
Intervista a Kim Young-ha di Roberta Scorranese Stampa E-mail

24.11.2009 Inserto del Corriere della Sera

Nato nel 1968 a Hwancheon, Corea del Sud, Kim Young-ha è uno scrittore lunare e beffardo, dall’ironia surreale. A chi gli chiede come ha cominciato, risponde così: “Ho il diritto di distruggere me stesso” (è il titolo del suo romanzo d’esordio, nel 1996).

Una certa fantasia nei titoli è indiscutibile.

Beh, in Italia è uscita la raccolta di racconti Che cosa ci fa un morto in ascensore?

Come vivono gli scrittori nella Corea dei Sud?

Ha presente la vostra “generazione Mille euro”? Ecco, più o meno così. Ma di certo non siamo un caso isolato. Come in molte altre nazioni, facciamo i conti con la cosiddetta società “liquida”. Con la precarietà, la disoccupazione, l’incertezza. Però penso che la Corea del Sud abbia reagito benissi- mo all’ultima crisi, forse meglio di altre economie.


Lo dicono i dati finanziari. E’ esagerato parlare di “esempio coreano”?


Io parlerei di una politica economica e sociale intelligente. Il governo ha immesso liquidità sul mercato, ha investito risorse per far fronte ai problemi. Non solo. Secondo me siamo stati più veloci, più reattivi. Le crisi precedenti ci hanno insegnato molto.

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 25 Novembre 2009 17:15 )
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Libere Cadute, Exibart Stampa E-mail
Una delle caratteristiche più straordinarie dell'opera di Yves Klein è la fusione tra evenescenza e tangibilità La sensazione di tattilità e la qualità aerea, quasi volatile dei lavori non si contraddicono, ma coesistono in una delle tante "sinestesie" messe a punto dal grande francese. La stessa cosa si può dire del suo impianto teorico, chiaro anche al profano ma sempre sfuggente, elaboratissimo ma irregolare e sempre libero.
Il recente libro Verso l'immateriale dell'arte della O barra O è una testimonianza perfetta di questa doppia natura. Il volumetto è ciò che si definisce "lodevole iniziativa editoriale".
Pubblicazione di testi inediti, traduzioni di scritti, conferenze, documenti: uno strumento utile, indispensabile in alcune parti, ma che si legge con la scorrevolezza di una raccolta di racconti.
E tra le righe spuntano dati e informazioni preziosi, oltre a curiosità che ristabiliscono l'atmosfera di un'epoca. Va aggiunto che oggi la lettura diretta degli scritti di Klein è lo strumento migliore per conoscere la sua poetica, soprattutto in un mercato editoriale italiano che rende disponibile pochissimo, a parte gli scritti tardi di un Restany ormai troppo trascendentalista per cogliere l'impatto sociale di Klein.
Il fulcro del libro è il testo integrale della conferenza tenuta da Klein alla Sorbona nel 1959, che permette di cogliere le natura performativa di ogni atto, anche verbale, dell'artista. I testi successivi mostrano la costruzione progressiva del "personaggio Klein" che, rischiando di essere tacciato di superomismo, compie invece un sacrificio totale della sua persona a favore di una nuova arte, trascendente ma non spiritualista.
Tra gli scritti, tutti gli articoli di "Dimanche", giornale stampato in un unico numero nel 1960; L'avventura monocroma, in cui Klein getta i semi di una cosmogonia personale basata sulle teorie di Bachelard; Yves il monocromo (1960);  le "regole rituali per la cessione delle zone di sensibilità pittorica immateriale".
L'appendice sui rapporti con l'Italia propone pagine altrettanto preziose: un diario del viaggio compiuto in Italia nel 1948, a vent'anni, il testo di Restany per la mostra da Apollinaire nel 1957 e la recensione della stessa mostra di Dino Buzzati, oltre a un carteggio con Fontana.
Verso l'immateriale dell'arte è un libro che impone di essere letto d'un fiato, utile a delineare un corpus teorico irregolare nella forma ma solidissimo, prescrittivo ma mai dogmatico. Con note puntuali e approfondite, e con date e fonti sempre reperibili.

(Stefano Castelli)
 
Bhutan, la “rivoluzione” ha il colore rosa, La Voce di Mantova Stampa E-mail

Di Emanuele Salvato

Digiti Kunzang Choden su qualsiasi motore di ricerca della Rete e immancabilmente, fra le altre informazioni, salta fuori che è stata la prima donna del Bhutan ad aver scritto e pubblicato un romanzo in lingua inglese uscito dai ristretti confini del piccolo paese incastrato fra Cina e India.

Poi parli con la scrittrice - a Mantova per il Festivaletteratura nell’ambito del quale oggi alle 14.30 in Santa Maria della Vittoria incontrerà il pubblico e ospite ieri della nostra redazione - e scopri che in poche parole estrapolate da Internet, ma anche da altre fonti, è racchiusa una quantità considerevole di inesattezze. «Non c’entra il sesso - ci ha spiegato durante l’intervista concessa al nostro giornale -, sono la prima voce letteraria in assoluto a uscire dai confini del Bhutan con un certo successo.

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recensione su Mangialibri Stampa E-mail
Il villaggio di Dong, lungo le sponde del fiume Dinh, noto fin dalla notte dei tempi per le sue particolarità – la casa comunale più grande, il mango tortuoso più robusto, il ponte di pietra più alto -, è soprattutto conosciuto per i suoi uomini di talento e la bellezza delle sue donne. Là in quel villaggio crescono Hanh, appartenente alla famiglia Vu, e Nghia, della stirpe degli Nguyen in eterna contesa con il clan Vu. L’amicizia dei due bambini che sperimentano insieme la vita, si trasforma a poco a poco in amore tanto che i giovani decidono di sposarsi sfidando i voti ancestrali che vietano l’unione tra le due stirpi.
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Da Inchiostro: recensione di Patrizia Sergio Stampa E-mail

SHERLOCK A SHANGAI
Cheng Xiaoqing; ObarraO
pp. 255; 12,00 euro


Leggere un poliziesco ambientato in Cina, per di più negli anni Venti, rappresenta un inedito piacere per il lettore occidentale, avvezzo a ben altri canoni.
Nei sette racconti che compongono il lavoro di Xiaoqing, il detective Huo Sang e il suo assistente si misurano con altrettanti casi in cui deduzioni affrettate, per quanto logiche, potrebbero ingannare anche la mente più acuta. Il confronto con Conan Doyle è voluto, in quanto l’autore è un grande estimatore del padre di Sherlock Homes. La veste gialla, così, è un’opportunità, quasi un pretesto per mostrare limiti e contraddizioni della natura umana; il tutto inserito in un preciso momento storico, segnato da grandi cambiamenti: la tradizione si scontra con la modernizzazione e Shanghi diviene il teatro ideale per i misteriosi delitti.

Ultimo aggiornamento ( Martedì 15 Settembre 2009 10:48 )
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La Cina raccontata finalmente da chi l’ha vissuta per davvero (Khayyam's Blog) Stampa E-mail
Può la Cina essere spiegata da un filosofo e da un architetto? Possono, cioè, due studiosi di discipline così diverse aiutare il lettore a «comprendere ciò che accade in Cina in questo momento, dopo le riforme economiche degli anni Ottanta, nell’epoca dell’esplosione urbana?».

Il tentativo – non certo semplice ma di sicuro suggestivo – è stato compiuto con successo da Jean-Paul Dollé e Philippe Jonathan: filosofo e scrittore il primo, architetto e urbanista il secondo. Quelle di Dollé e Jonathan sono infatti le due voci della Conversazione sulla Cina tra un filosofo e un architetto, edita dalla milanese ObarraO Edizioni nella suggestiva collana Occidente_Oriente.
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DA INTERNAZIONALE, articolo di Erwan Desplanques, Télérama Stampa E-mail
Vent’anni dopo la sua morte, Jean Genet non è sempre un amico con cui è facile fare i conti.
Genet amava i funamboli, e scrivere su di lui è un’acrobazia. Si avanza claudicando tra disagio e ammirazione,
lacerati tra la potenza poetica dei suoi scritti e la violenza politica del suo discorso. E si oscilla dal versante del giudice a quello dell'avvocato.
Dominique Eddé possiede questa abilità. Ha letto il Genet genio e frequentato il Genet canaglia.
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La Cina alla conquista dellAfrica di Manlio Masucci Stampa E-mail

Da "Conquiste del lavoro"

Dopo aver molto discusso sul concetto di Cindia, un fantaimpero costituito dalle rampanti economie di Cina e India, si potrebbe presto iniziare a parlare di Cinafrica, in considerazione della crescente interazione fra l'Impero di Mezzo e il continente nero. Ma se Pechino e New Dehli corrono parallele e indipendenti entrando, non di rado, in competizione l'una con l'altra, il rapporto tra la Cina e l'Africa appare strutturato su basi ben diverse.
La netta sproporzione fra le due economie, vivace e sulla cresta dell'onda quella cinese, atavicamente depressa e alla costante ricerca di una propria identità quella africana, fa sì che Cinafrica tenda a costituirsi su nuovi legami di dipendenza e sudditanza in cui non pochi hanno riconosciuto una nuova forma di colonialismo.
A proporci un'approfondita analisi di questo nuovo sviluppo delle relazioni internazionali sono Cecilia Brighi, sindacalista Cisl esperta di politiche asiatiche, Irene Panozzo giornalista specializzata in Africa, e Ilaria Maria Sala corrispondente da Hong Kong per varie testate italiane; il loro libro "Safari cinese. Petrolio, risorse, mercati. La Cina conquista l'Africa" (Edizioni O barra O, pp.108, euro 12,50) è il primo a uscire su questo specifico argomento e promette di aprire una strada che molti analisti di politica internazionale saranno obbligati a seguire.

Ultimo aggiornamento ( Martedì 25 Agosto 2009 15:25 )
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Safari cinese, sfida Occidente-Pechino sul suolo africano Stampa E-mail

DI ROBERTA GIACONI

MILANO (Reuters) - C'è una guerra sul suolo africano che non si combatte con le armi, ma con relazioni diplomatiche e commerciali. Mentre i paesi occidentali faticano sempre di più a mantenere l'antica supremazia, è la Cina che si sta facendo spazio preparandosi a diventare il primo partner commerciale del Continente Nero. Con conseguenze potenzialmente esplosive nel campo dei diritti umani.

E' quanto affermano due saggi pubblicati in Italia, "L'Africa cinese" di Stefano Gardelli (Università Bocconi editore) e "Safari cinese" di Cecilia Brighi, Irene Panozzo e Ilaria Maria Sala (O barra O Edizioni).

Ultimo aggiornamento ( Martedì 25 Agosto 2009 15:27 )
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Arte, Recensione di Cara Ronza Stampa E-mail

Klein. L'arte è l'audacia dell'opera immaginata

Nel 1959, in una conferenza alla Sorbona, Yves Klein invita tutti gli artisti "che sanno cos'è la responsabilità di essere un uomo di fronte all'universo" a unirsi in un’impresa comune, superando l'arte stessa e lavorando al ritorno alla vita reale, "quella in cui l'uomo pensante non è più il centro dell'universo, ma l'universo il centro dell'uomo". L'opera d'arte non è il monocromo blu Klein, non è la performance, né la symphonie monoton, ma la sensibilità di cui sono "impregnate", l'audacia con cui sono state immaginate. Il testo di quella conferenza viene pubblicato per la prima volta in Italia da O barra O nel prezioso Verso l'immateriale dell'arte (122 pp., 12 ill. in b/n, Euro 14), che contiene anche altri scritti sul tema e alcuni documenti che testimoniano il particolare legame di Klein con l'Italia, dal “diario italiano” di un suo viaggio giovanile a uno scambio di lettere e pensieri con Lucio Fontana proprio del 1959.

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 10 Giugno 2009 13:46 )
 
da Left: articolo di Simona Maggiorelli Stampa E-mail
Della «meteora» Yves Klein che ha attraversato fulminea l'avanguardia del '900 è stato detto pressoché di tutto. E il contrario di tutto. Sussunto tout court nel Nouveau réalisme dal critico Re-stany, che fu suo primo mentore, è stato poi ascritto all'astrattismo per i suoi monocromi di intenso blu Oltremare, un vibrante tono di colore, passato alla storia come "blu Klein". Ma C'è stato anche chi lo ha etichettato «artista zen», per la sua passione per le arti orientali e per certe sue enigmati-che «ricerche sul vuoto». Per non parlare poi di quella critica che, alla fine degli anni 60 lo ridusse a mero anticipatore delle performance dell'action painting e della pop art americana. Definizioni queste (ma se ne potrebbero citare molte altre) che, anche quando non alterano del tutto il contenuto della ricerca di Yves Klein, bloccano la sua poliedrica avventura nell'arte in un singolo "fotogramma". Una parabola artistica che nell'arco di pochi anni (Klein era nato nel 1928 e morì prematuramente nel 1962) si sviluppò fra tecniche e generi diversi, passando dai monocromi ai monogold, dai rilievi planetari alle fontane di acqua, alle sculture con il fuoco, alle architetture di aria, alle antropometrie, in un continuo tentativo di fondere arte e vita. Non in senso meramente estetizzante alla Wilde. Ma facendo dell'arte e della ricerca la propria vita. E al tempo stesso tentando di non far fuori la creatività dalla vita quotidiana. Elementi della biografia e della poetica di Yves Klein che, fuori da ogni mitizzazione, emergono con chiarezza dalla mostra che il direttore del Museo d'arte di Lugano, Bruno Corà ha voluto dedicare alla sua opera, facendola "dialogare" con quella di Rotraut, la scultrice tedesca che fu sua compagna di arte e di vita. Un paso doble che porta nelle sale del museo svizzero (fino al 13 settembre, catalogo bilingue Silvana editoriale) un centinaio di opere di Klein e 22 sculture di Rotraut: forme essenziali in ferro e colore che evocano immagini stilizzate di donne che danzano, cavalli in corsa, forme giocose e vitali che Rotraut pensa per spazi en plein air. Nella parte dedicata a Klein e realizzata in collaborazione con Daniel Moquay dell’archivio Klein di Parigi, di fatto, sono ripercorsi tutti i cicli più importanti della sua opera. A cominciare dai suoi magnetici monocromi frutto di una originale ricerca sul colore puro, lontana dalla marmorea fissità dei monocromi di Malevich e tanto più dalle razionalissime campiture di colore tipiche di Mondrian.

Nella conferenza tenuta alla Sorbona nel 1959 –che ora l'editore O barra O edizioni pubblica in italiano insieme ad altri scritti nel volume Verso l'immateriale dell'arte, Klein mette in relazione i suoi monocromi con la ricerca sulla luce e sul colore di Delacroix, ma soprattutto con il blu di Giotto.
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Da Internazionale: Recensione di Anna Sujatha Mathai Stampa E-mail

The Hindu

Il romanzo d'esordio della bhutanese Kunzang Choden racconta una storia semplice e all'antica: niente trucchi letterari qui, tutto ha radici nella terra profonda di una cultura millenaria. Tsomo è una ragazza di villaggio senza istruzione che ha sempre voluto approfondire la conoscenza del buddismo. Ma questa le viene negata, perchè è donna. Un toccante testimonianza femminista su una donna che impara dolorosamente a bastare a se stessa.

Ultimo aggiornamento ( Martedì 26 Maggio 2009 08:44 )
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RECENSIONE DI KHIN NYEIN AYE THAN Da Internazionale Stampa E-mail

Myanmar Times

Ventitré anni dopo la sua morte, Journal-Gyaw Ma Ma Lay vive ancora nella mente dei birmani, grazie alla sua capacità di trasformare le piccole vicende di tutti i giorni in libri appassionanti. Vincitore di molti premi, La sposa birmana, scritto nel 1955, è il primo romanzo birmano ad aver varcato i confini nazionali, grazie alla traduzione inglese.

Ultimo aggiornamento ( Venerdì 22 Maggio 2009 11:34 )
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"LA SPOSA BIRMANA" DI MOVIDA Stampa E-mail
Dal sito www.lankelot.eu

 
“La sposa birmana” è, ad oggi, l’unico titolo tradotto all’estero di Journal-Gyaw Ma Ma Lay, una delle più grandi scrittrici birmane del Novecento. La scrittura di Ma Ma Lay si unisce in uno straordinario abbraccio di sorellanza alla continuità della lotta sofferente e mai piegata del Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, nota anche come autrice di libri-denuncia sulla drammatica condizione della Birmania, oggi Myanmar. È di pochi giorni fa l’ennesima conferma degli arresti domiciliari di Suu Kyi, ed abbiamo ancora davanti ai nostri occhi le immagini terribili del 2007, quando venne sedata con la violenza la marcia dei monaci che rivendicavano pacificamente la libertà ed il rispetto dei diritti umani. Tutto ciò a dimostrazione che i tempi non sono cambiati, semmai peggiorano.
 
Il romanzo di Ma Ma Lay è un unico e prezioso esempio della letteratura moderna di un popolo che sapeva, all’epoca, riconoscere dignità letteraria, civile ed umana alle donne.
Ultimo aggiornamento ( Venerdì 22 Maggio 2009 11:18 )
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CHE COSA CI FA UN MORTO NELLASCENSORE? di Movida Stampa E-mail

Dal sito www.lankelot.eu

Cinque racconti, tradotti per la prima volta in Italia direttamente dal coreano, senza interposizioni o fratture, annunciano la prosa generosa ed avvolgente di uno dei principali esponenti della nuova generazione di scrittori coreani. Cinque racconti che, nella loro apparente diversità, riuniscono in una sola parola la drammaticità della loro comunanza: la solitudine. Ecco che, in un mondo così lontano, la Corea del Sud, si ripete quella che in tutta evidenza è la conseguenza normale di una civiltà ipertecnologica. L’abbiamo già vissuta, l’abbiamo già osservata in altre terre, in altri tempi, in altre forme. Ne abbiamo assaporato il sapore, ne siamo stati dilaniati. Tutto è cemento, tecnologia. Tutto è grigio. Tutto è assordante, al di fuori. Resta un nucleo silenzioso, tuttavia non ancora spezzato dall’impotenza. La fiducia resta ancorata alla realtà. La speranza resiste, sempre: “avrei dovuto tatuarle EXIT sulla punta della freccia e aggiungere il mio nome sulla sua coscia. Ormai era troppo tardi. Saltai dalla finestra e atterrai sul tetto della casa accanto. Corsi, guardando solo davanti a me. Sentivo il rumore delle tegole che si rompevano sotto i miei piedi” (pag.135).

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 25 Novembre 2009 17:13 )
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Incontro con Rithy Panh - IL REGISTA DELLA MEMORIA, di Roberto Tofani Stampa E-mail
Da http://www.sudestasiatico.com/2009/02/14/incontro-con-rithy-panh-il-regista-della-memoria/, 14.02.09
e pubblicato su DIARIO - MEMORIA (Anno XIV n°2)


Il clima è molto caldo a Phnom Penh e non solo perché siamo nel mezzo della stagione monsonica. Il 27 luglio, si sono tenute le elezioni per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale, l’organo legislativo del Paese. Le accuse di brogli lanciate all’indomani del voto da Sam Rainsy, leader del partito omonimo all’opposizione, nei confronti di quello di maggioranza, Cambodian People’s Party (CPP), del primo ministro Hun Sen, in carica dal 1985, non hanno fatto altro che alimentare la tensione in un Paese dagli equilibri molto delicati.
Raggiungere il numero 64 della strada 200, dove si trova il Bophana Center, è compito abbastanza agevole, sebbene moti ‘driver’ non conoscano la numerazione stradale, ma si orientino in base ai punti più importanti della capitale: i mercati e il monumento dell’Indipendenza.
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"S-21: la carneficina di Stato" di Daniele Scaglione Stampa E-mail
Sole 24 ore, 05.06.05

“Non voglio essere il resto di un massacro!” urla Nath al cineasta Rithy Panh. Nath è entrato all'S-21 il 7 gennaio 1978, esattamente un anno prima che il regime dei khmer rossi venisse sconfitto dai vietnamiti. Nella maggioranza dei casi i “nemici della rivoluzione venivano ammazzati per strada. Due milioni di persone bastonate a morte per aver rotto un cucchiaio, danneggiato un germoglio, scambiato effusioni.
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"Khmer rossi, macchina di morte. Un film scuote la Cambogia" di Giampiero Martinotti Stampa E-mail

la Repubblica

PARIGI – “La vita è stata per me un regalo sconcertante e la memoria è la sua terribile maledizione.” La tragica filosofia di Vann Nath si riflette nel suo sguardo perduto dietro le terribili immagini del passato. E' uno dei rari sopravvissuti del genocidio cambogiano. Per quattro anni è stato detenuto in un centro di tortura, l’S-21, dove sono state sterminate 17mila persone. Ne sono usciti vivi solo in sette. Nath è uno di loro ed è diventato il personaggio chiave di un formidabile documentario sul genocidio: “S-21. La macchina di morte dei khmer rossi”, di Rithy Panh. Un film che ha collezionato i premi in Europa (compreso il prix Italia nel settembre scorso), che esce domani nelle sale cinematografiche francesi (dopo essere passato sulla tv franco-tedesca Arte) e che ha suscitato un’emozione senza precedenti in Cambogia proprio mentre si cerca, fra mille difficoltà di processare i responsabili dello sterminio.

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"L'inferno dei Khmer rossi" di Emanuele Giordana Stampa E-mail

La nuova Sardegna, 28.12.04

Chi pensa che la macchina di sterminio degli khmer rossi fosse stata creata in occasione della presa del potere di Pol Pot nel 1975, avrà di che ricredersi leggendo S-21. S-21 era l’abbreviazione con cui era nota, nel linguaggio burocratico concentrazionario khmer rosso, la prigione del regime: l’ex liceo Ponhea Yat di Phnom Penh, conosciuto anche come carcere di Tuol Sleng, oggi museo nazionale dell’Olocausto cambogiano.

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 01 Aprile 2009 10:42 )
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"I racconti dei sopravvissuti. La macchina di morte dei Khmer rossi" di Fabrizio Legger Stampa E-mail
Rinascita, 02.09.05
 
Questo sconvolgente libro. Pubblicato dalla casa editrice milanese O barra O nella collana "In - Asia ", intitolato: "S-21. La macchina di morte dei Khmer Rossi" (pagine 187, Euro 16,OO) è stato scritto a quattro mani da un cineasta cambogiano sopravvissuto ai "campi di rieducazione" di Pol Pot e da una giornalista francese, cioè Rithy Panh e Christine Chameau. Nelle sue pagine si confrontano i sopravvissuti allo sterminio e i loro torturatori.
Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 01 Aprile 2009 10:38 )
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"Panh e il dramma della Cambogia" di Marialuisa Pasotti Stampa E-mail

Mantova Garda (La voce di Mantova), settembre 2008

Nel suo ultimo libro La carta non può avvolgere la brace, lo scrittore e regista cambogiano Rithy Panh racconta la storia di giovani prostitute che scandiscono il drammatico scorrere della loro esistenza incontrandosi e confrontandosi nel Building Bianco, un edificio che sembra "un enorme vascello sbattuto dal vento nel centro di Phnom Penh". Intervistato dalla Voce di Mantova all'utlimo Festivaletteratura, dove ha presentato anche il film tratto dal libro

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Recensione di Anna Gallo Stampa E-mail
Da http://www.ilreporter.com, 26.5.2008

“Questo libro è la storia di una resistenza. Presenta un anno e mezzo di vita di un gruppo di prostitute «salariate», che sono alloggiate dalla loro tenutaria nel Building bianco, un decadente edificio nel cuore della capitale, Phnom Penh” (p.9).
Ultimo aggiornamento ( Lunedì 30 Marzo 2009 16:07 )
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"panh: faccio il regista per dirmi che sono vivo" di Francesca Lancini Stampa E-mail

East, febbraio 2009

“Sono diventato regista per non soccombere al dolore. Solo quando mi hanno chiamato al festival di Cannes e agli Oscar, ho capito che ero davvero sopravvissuto all’adolescenza trascorsa in un campo di lavoro dei Khmer Rossi. Ero diventato capace di creare qualcosa, malgrado l'esperienza sconvolgente del genocidio.”
A questa amara confessione, Rithy Panh, il regista cambogiano più famoso al mondo, reticente alle interviste, arriva dopo molte domande, sottintesi, frasi lasciate a metà. Seduto in un chiostro dell'ultimo Festivaletteratura di Mantova, tiene a lungo le braccia conserte e parla quasi sottovoce, ma lo sguardo fisso svela, prima di quanto faranno poi le parole, tutta la forza del popolo khmer e l'orrore della tragedia che da trent'anni lo sconvolge.

Ultimo aggiornamento ( Martedì 31 Marzo 2009 14:33 )
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"La Cambogia ritrova la sua memoria" di Simona Maggiorelli Stampa E-mail

Left, 12.09.08

 “Questo libro è la storia di una resistenza. Racconta un anno e mezzo di vita di un gruppo di giovani prostitute ‘salariate’, alloggiate dalla loro tenutaria nel Building bianco, un decadente edificio nel cuore della capitale Phnom Penh” annota Rithy Panh nella prefazione del suo toccante La carta non può avvolgere la brace (O barra O edizioni). Regista e scrittore, fra le voci più interessanti della Cambogia di oggi, da quando appena adolescente riuscì a scappare da un campo di lavoro dove l’avevano confinato i khmer rossi che avevano sterminato la sua famiglia, è impegnato a raccontare le ferite ancora aperte di un Paese dalla cultura millenaria, bellissimo e - sotto una quiete apparente - ancora non riconciliato.

Ultimo aggiornamento ( Giovedì 02 Aprile 2009 14:25 )
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Nguyên Huy Thiêp: il mio Vietnam dopo le bombe e le repressioni, di Claudio Magris Stampa E-mail

Corriere della Sera, 23.01.08

Anni fa, nell’infuriare del conflitto in Vietnam, ho sentito per caso alla televisione, non ricordo più se tedesca o francese, un’intervista a un dirigente nordvietnamita il quale, in un perfetto francese, diceva che il suo popolo, coinvolto da decenni in una guerra che aveva impegnato più generazioni, correva il grande pericolo di identificare la vita con la guerra, di non saper concepire la vita senza la guerra.

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 30 Marzo 2009 11:42 )
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"IL MURO DELLA LINGUA" di Gianni De Martino Stampa E-mail
 

E’ necessario semplificare e liberare dai suoi arcaismi la lingua araba, rimasta immutata nella sua grammatica, sintassi e coniugazione da millecinquecento anni, incomprensibile al 90% dei musulmani e resa impraticabile per comunicare nel mondo di oggi: per averlo scritto nel 2004 in un libro da poco tradotto in italiano (La sciabola e la virgola , ObarraO edizioni), Chérif Choubachy ha scatenato al Cairo la collera degli islamisti egiziani e di altri difensori della sacralità della lingua, al punto da essere  costretto a lasciare il suo posto di vice-ministro egiziano della cultura.

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 30 Marzo 2009 14:23 )
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